The West has lost its way War without rules, Europe remains silent, Italy is trapped

Articles 04 Mar 2026

Nel 2015 l'accordo nucleare con l'Iran — il JCPOA — funzionava: centrifughe ridotte di due terzi, arricchimento limitato, ispezioni continue. Non era perfetto, ma era verificabile. Nel 2018 Trump lo ha smantellato unilateralmente. Da quel momento l'Iran ha accelerato l'arricchimento, chiuso i siti alle ispezioni, accumulato 441 chili di uranio al 60% — a un passo tecnico dal livello militare. Trump stesso, alla Casa Bianca, ha ricordato con soddisfazione di essere stato lui a distruggere l'accordo di Obama. L’UE ha cercato in tutti i modi di tenerlo in piedi, ma non ci è riuscita come era ovvio.

Il 13 giugno 2025, mentre erano in corso i negoziati sul nucleare, Israele ha lanciato senza preavviso l'operazione Rising Lion: centinaia di attacchi aerei simultanei su siti nucleari, basi militari, residenze di alti dirigenti. Al nono giorno gli USA sono entrati direttamente nel conflitto con l'operazione Midnight Hammer, bombardando tre impianti nucleari con i B-2 stealth. Il 24 giugno Trump ha annunciato il cessate il fuoco — la "guerra dei 12 giorni". Netanyahu ha dichiarato di aver raggiunto "tutti gli obiettivi". In realtà il materiale nucleare non era stato trovato, i siti erano stati parzialmente evacuati in anticipo, e senza più ispezioni il rischio di proliferazione era più alto di prima.

Il 28 febbraio 2026 è iniziata la seconda guerra, molto più vasta. L'operazione congiunta USA-Israele "Roaring Lion" non ha come obiettivo solo il nucleare, punta ad annientare la capacità di nuocere dell’Iran, ed è chiaro soprattutto per Israele. Molto meno chiaro per gli USA, che si muove  senza dichiarazione di guerra formale, senza mandato del Congresso, senza base nel diritto internazionale.

Khamenei è stato ucciso nei primi giorni. Gli attacchi colpiscono Teheran e altre città. L'Iran ha risposto colpendo le basi americane nel Golfo e gli impianti di Ras Laffan in Qatar — da dove arriva il GNL italiano. Il conflitto si è esteso al Libano. Ci sono più di 800 morti, molti civili.  

Pur nell’apparente assenza di un piano preciso, questa guerra non è un incidente. È una scelta, formalizzata con chiarezza dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth il 2 marzo; ha dichiarato al Pentagono che dichiarare limiti, durate e obiettivi di una guerra è "una sciocchezza". Nessuna autorizzazione del Congresso. Nessun quadro giuridico internazionale invocato. Un attacco preventivo contro uno Stato sovrano presentato come autodifesa.

Altro fatto inconfutabile; l'obiettivo reale non è la democrazia in Iran. È un “adattamento” di regime che non minacci Israele e metta sotto controllo USA il petrolio. Peraltro, la democrazia in Iran non è nell'agenda di nessuno dei paesi nella regione — Arabia Saudita, Emirati, Qatar sono monarchie assolute che non vogliono un vicino democratico e prospero. Nessuno rimpiange Khamenei. Ma suo figlio Mojtaba, possibile successore, è considerato ancora più intransigente. I bombardamenti non aprono spazi di libertà: compattano i regimi, radicalizzano il nazionalismo, ed é normale che per ora non ci siano segnali in Iran di una reazione da parte dell’opposizione interna, poco organizzata e spaventata. Per anni l'opposizione democratica iraniana ha chiesto sostegno concreto all'Occidente: pressione diplomatica, protezione per i dissidenti, canali economici alternativi al regime. Ha ricevuto dichiarazioni di solidarietà e poco altro.

Mentre la guerra scoppiava, von der Leyen ha auspicato il cambio di regime a Teheran, telefonato ai leader del Golfo, condannato esclusivamente l'Iran — tutto senza mandato, senza competenza in politica estera per Trattato, senza consenso dei 27. Il suo stesso collegio era diviso: la vicepresidente Ribera ha scritto che "l'azione unilaterale mina la pace e la sicurezza". Costa e Kallas non dicono molto: senza unanimità tra i 27 non possono parlare, e i 27 sono profondamente spaccati.

L'unico a salvare la dignità europea è stato Pedro Sánchez. Il Premier ha rifiutato alle forze americane l'uso delle basi di Rota e Morón — invocando esattamente gli accordi bilaterali che prescrivono il rispetto del diritto internazionale — e ha condannato l'attacco come "ingiustificato, pericoloso e contrario alla legalità internazionale". La risposta di Trump è arrivata dalla conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Merz: "La Spagna si è comportata in modo terribile. Ho detto al Tesoro di tagliare tutti i commerci con la Spagna." Merz, seduto accanto a lui, non ha detto una parola in difesa di un paese membro dell'Unione europea — si è limitato a lodare la Germania e a sollecitare Madrid ad aumentare le spese militari. Poi ha detto che non ha voluto reagire in pubblico per non alimentare la controversia ma ha detto di avere chiarito in privato che la politica commerciale è a 27. Solidarietà europea, appunto.

Quel vuoto non è casuale, e non riguarda solo questa guerra. Come ha spiegato il prof. Alberto Alemanno di al Consiglio di Presidenza del Movimento europeo, è in corso “una rivoluzione costituzionale silenziosa”: ad Anversa, poche ore prima del vertice informale di Alden Biesen, molti i capi di governo si sono seduti con i vertici dell'industria chimica ed energivora. L'agenda uscita da quell'incontro smantella la regolamentazione ambientale, introduce clausole che farebbero scadere automaticamente le normative, e impegna la Commissione a riferire annualmente al Consiglio europeo sui progressi della deregolamentazione. I governi nazionali più potenti e le lobby più organizzate stanno catturando le istituzioni europee. Von der Leyen ha accettato di diventarne la segreteria. Come ha scritto David Carretta, nel suo Mattinale Europeo[1]: von der Leyen usa la guerra in Iran per un ulteriore colpo di forza istituzionale. Si appropria della politica estera — competenza di Costa e Kallas per Trattato — telefona ai leader del Golfo a, invoca il cambio di regime a Teheran appoggia l’intervento senza mandato e senza averne discusso con il suo stesso collegio. Ogni crisi diventa un'occasione per espandere il suo raggio d'azione. Il risultato è una Commissione che non agisce in modo efficace laddove ha veri poteri, è sempre più succube di governi e alcune imprese e corre dietro alle ambizioni geopolitiche della sua Presidente.  António Costa ha tenuto un profilo più basso, parlando di "pericolosa escalation" — ma anche lui senza mai nominare il problema reale.  Quella non è l'Europa per cui ci battiamo. È la sua caricatura.

L'Italia: prima in Europa per elettricità e sussidi ai fossili, assente al tavolo

Il ministro della Difesa Crosetto era in vacanza a Dubai quando è scoppiata la guerra. Nessuno lo aveva avvisato. Trump ha informato Gran Bretagna, Francia, Germania, Polonia. Non l'Italia. Tutta la narrativa sulla "special relationship" con la Casa Bianca ha prodotto qualche sconto sui dazi. Il paradosso energetico è ancora più bruciante. L'Iran ha colpito Ras Laffan in Qatar: proprio lì dove si produce il GNL che l'Italia acquista con contratti firmati da ENI fino al 2053. Il TTF europeo è salito oltre il 30%, con aumenti in bolletta stimati tra 166 e 585 euro annui per famiglia. L'Italia appoggia insomma l’azione di due alleati che colpisce direttamente le sue forniture energetiche; e questa vulnerabilità dipende direttamente da scelte strategiche sballate.  L'Italia ha avuto tre occasioni per cambiare strada: nel 2022 con lo shock russo, nel 2023 con i prezzi ancora alti, nel 2024 con i consumi in calo strutturale. Ogni volta ha scelto il gas. Non la riduzione della dipendenza, ma la sostituzione del fornitore: dalla Russia al Qatar, con contratti GNL firmati fino al 2053, e agli Stati Uniti, con Meloni che offre a Trump acquisti di LNG americano in cambio di sconti sui dazi, l'energia come illusoria merce di scambio politico. Nel frattempo le rinnovabili avanzano con difficoltà crescenti: autorizzazioni tra le più lente d'Europa, fiscalità sull'elettricità superiore del 134% rispetto alla Francia, un sistema di prezzi che punisce attivamente chi vuole elettrificarsi. Il recente “decreto bollette completa il quadro. Invece di utilizzare virtuosamente i miliardi che ogni anno entrano nelle casse pubbliche dai proventi ETS  (i permessi di emissione europei, pensati esattamente per finanziare la transizione) il governo sceglie di rimborsare i produttori termoelettrici a gas sulle loro perdite di competitività e di spalmare i costi di questo rimborso sulle bollette di tutti sperando che poi i produttori riducano i prezzi. Un sussidio ai fossili che non ha un reale impatto generale sulle bollette, che mette l'Italia in rotta di collisione con le regole europee, neutralizza il segnale di prezzo che dovrebbe orientare gli investimenti, e rinvia ancora una volta la transizione. Eppure dal 2022 al 2024 i consumi italiani di gas sono calati del 17%, ai minimi da 25 anni. La domanda scende strutturalmente: ma si costruiscono rigassificatori e si firmano contratti trentennali per un sistema che si sta già trasformando altrove. L'alternativa è documentata. Le tecnologie già disponibili potrebbero elettrificare il 62% del calore industriale italiano. Correggere la fiscalità sull'elettricità — superiore del 134% rispetto alla Francia — ed eliminare i 18 miliardi di sussidi fossili immediatamente eliminabili potrebbe dimezzare la dipendenza energetica entro il 2035. L'Italia è il primo finanziatore pubblico di fossili in Europa, il quinto al mondo, in un anno in cui il pianeta regala ai combustibili fossili 7.000 miliardi di dollari — tredici milioni di dollari al minuto. Non è una svista: è una strategia che lega mani e piedi il paese a fornitori instabili in una regione in guerra.

Crediamo nell'Europa federale. Crediamo nella transizione ecologica. Ed è proprio per questo che non possiamo tacere davanti a un'Europa che usa il proprio nome per fare l'opposto di quello che dovrebbe essere: smantellare la legislazione ambientale per compiacere le lobby, silenziare il Parlamento, allinearsi a Trump senza mandato e senza dibattito. Carney e Stubb avevano ragione a Davos: le potenze medie devono costruire un'alternativa basata su valori e regole condivise. Ma anche loro, alla fine, si sono accodati agli USA sull'Iran. Il pragmatismo basato sui valori non può essere selettivo; o vale sempre, o non vale niente. Sánchez lo ha capito. Ma non basta. L'Occidente non ha perso la bussola per caso. Ha smesso di cercarla.

La mobilitazione che serve non è un appello ai valori. È costruire la massa critica politica, civica ed economica. Dobbiamo fare tutto insieme e smettere di farlo ciascuno da solo: non per difendere un regime privo di legittimità, ma per impedire che i nostri governi sostengano questa guerra e le logiche “imperialiste” di Trump. Partiti, movimenti, sindacati, società civile, consumatori, investitori: chi non approva questo mondo che sta emergendo ha la responsabilità di costruire un'alternativa, non mugugnare divisi e in disparte, perché noi, a differenza di russi, iraniani, arabi possiamo ancora farlo. Sul piano internazionale bisogna riprendere l'iniziativa all'ONU con decisione, come propone il Movimento Europeo e il suo Presidente Virgilio Dastoli: meccanismi di verifica, rispetto del diritto internazionale, una coalizione di paesi che rifiuti la logica del fatto compiuto. Il Green Deal e la transizione ecologica non sono un lusso ideologico: sono la nostra unica vera assicurazione energetica e geopolitica. Ogni euro di sussidio ai fossili è un euro che finanzia la nostra dipendenza da regimi instabili. La battaglia contro il mondo di Trump, delle big tech e degli autocrati e quella per il clima sono la stessa battaglia. Le forze progressiste devono mobilitarsi adesso. Divise e stanche, hanno lasciato troppo campo libero ad una destra che ci sta portando al disastro. È il momento di recuperare. 

 

[1] https://davidcarretta.substack.com/

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