CONTE E IL WOKE: una polemica inutile e dannosa

Articles 25 Aug 2026

Ma cosa vuol dire  "woke"? Vuol dire, letteralmente, essere svegli. “STAY WOKE” Accorgersi di una discriminazione, di un pregiudizio, di un linguaggio che esclude, che prima restava invisibile. Non è un'invenzione dei social: la prima traccia scritta risale al 1938, in una canzone di Lead Belly sul razzismo americano. Il significato che conosciamo oggi si consolida più tardi, con l'attivismo afroamericano contemporaneo del Black lives matter. Poi i denigratori se ne sono impossessati. Hanno usato alcuni indubbi eccessi, come la cancel culture, cioè la condanna postuma di personaggi figli del loro tempo, per buttare via tutto: dalla statua di Cristoforo Colombo alle rivendicazioni LGBTQ+ alla lotta al cambiamento climatico, bollata come l'ennesimo capriccio ideologico. Nell'America di Trump il risultato si vede: il riconoscimento per minoranze e donne è quasi proibito. Parole come uguaglianza, discriminazione, clima sono sparite dai documenti pubblici. Una regressione a vantaggio di chi il potere ce l'ha già: ricchi, forti, quasi sempre uomini, quasi sempre bianchi.

Dal dibattito, aperto negli Stati Uniti da Alexandria Ocasio-Cortez, che ha detto di non usare più certi linguaggi del 2020 senza per questo rinnegare le battaglie di allora, nasce il dibattito che ha attraversato l'Atlantico e da cui Giuseppe Conte prende spunto per una lettera a Repubblica che dice che il woke non serve alla sinistra ed è diventato per buona parte di essa "una dottrina totalizzante, il filtro unico" per leggere la realtà. Roba da ceti privilegiati che non hanno altro di cui occuparsi.  Questa evidente forzatura è finalizzata ad accreditarsi come più attento ai problemi della gente di tutti quei radical chic amanti della “schwa”; ed è un indubbio e innecessario assist agli argomenti della destra.

Perché in Italia gli eccessi della cancel culture restano ultraminoritari, ma la destra al governo li usa esattamente come Trump, come si vede anche dalle reazioni sarcastiche alla lettera di Conte: gettando discredito su chi si batte per l’eguaglianza di genere anche nel linguaggio, contro razzismo e discriminazioni. Seguendo questo ragionamento fino in fondo, chi lavora sui diritti delle donne o contro il razzismo finisce nello stesso calderone di chi voleva cancellare i classici, e vale comunque meno di chi si occupa di lavoro, salari o di Big Tech. Conte pare sottovalutare che in Italia non c’è nessun “eccesso” di diritti: e questo ha un indubbio impatto anche su diseguaglianze ed economia. L'occupazione femminile resta tra le più basse d'Europa. I femminicidi non calano. Discriminazioni e capolarato, burocrazia ottusa e vera crudeltà rovinano le vite di migranti, lavoratori e lavoratrici. Non abbiamo il matrimonio egualitario. Non c’è una legge decente sul fine vita o sulla procreazione assistita; sul clima impazzito siamo il paese più a rischio in Europa e quello nel quale il governo punta di più i piedi contro il green deal e continua a buttare miliardi in sussidi fossili o opere inutili e dannose. Ma per Conte e chi si è affrettato a sostenere il suo approccio, evidentemente tutto questo non serve a prendere voti. Mai dimenticarci che ha governato con Salvini e che è stato uno dei suoi ministri, Di Maio, a coniare l’ espressione “tassisti del mare”; la sua strategia per le primarie oggi è quella di acquisire consenso e credibilità “rosicchiando” i consensi del PD e anche di una parte dell’elettorato cosiddetto moderato e riformista.   Insomma, Conte pensa di accreditarsi contro Elly Schlein sostenendo che lavora sui diritti delle donne, di LGBTQ+ o contro il razzismo vale meno, perché serve meno a prendere voti, di chi si occupa di lavoro o di Big Tech, come se fossero questioni del tutto separate: ma classificare politiche sociali  e diritti rispettivamente come problemi di serie A e B non serve a battere la destra.  Anzi. Crea fratture e ulteriori divisioni invece di aggregare e fare sentire tutti e tutte coinvolti e mobilitati nella costruzione di una alternativa a questa destra sempre più arrogante, reazionaria e fossile.

 

Post scriptum. Nella lista delle “vere” priorità che Conte indica per una forza progressista, economia, salari, burocrazia, Big Tech, il tema dell’emergenza climatica non compare mai. Non credo sia un caso. E anche questo è un assist non solo per la destra, ma anche per chi, anche tra coloro aspirano a fare parte di una  futura coalizione vincente, ritiene che anche il Green Deal sia un altro “eccesso” woke da correggere. Matteo Renzi, nello stesso dibattito rende questo esplicito, definendo il Green Deal un "totem ideologico" e una "divinità pagana" a cui l'Europa avrebbe "sacrificato in modo ideologico interi pezzi di economia", affermazioni che non reggono il confronto con la realtà. .

I dati raccontano l'esatto contrario. In Italia il Green Deal non ha fallito per eccesso: avanza a rilento perché chi dovrebbe accompagnarlo lo frena. Secondo Confindustria, a giugno 2026 risultano bloccati in attesa di autorizzazione 131 gigawatt di nuova capacità rinnovabile, oltre quattromila pratiche ferme nella burocrazia. Le direttive europee su efficienza energetica, case green, natura restano inapplicate. Lo Stato continua a spendere, secondo il Catalogo ufficiale del Ministero dell'Ambiente pubblicato a luglio 2026, 20,6 miliardi di euro l'anno in sussidi diretti ai combustibili fossili, il 58% in più rispetto ai 13 miliardi del 2020, mentre Legambiente stima in 48,3 miliardi la spesa complessiva in sussidi ambientalmente dannosi nel 2024. Alla filiera automotive, che doveva affrontare la transizione più difficile della sua storia recente, la Manovra 2025 ha tagliato 4,55 miliardi di euro. ENI ed Enel, di cui lo Stato è primo azionista, hanno chiuso il 2024 con 12 miliardi di utili netti, gonfiati dal prezzo del gas. Meloni, in quest'estate bollente, non ha speso una parola sull'emergenza climatica. Ha insistito sul nucleare, soluzione costosa e comunque lontana nel tempo, e ha cercato margini di bilancio per tagliare di pochi centesimi le accise sui carburanti, dopo aver già destinato oltre due miliardi a misure tampone per l'impennata dei prezzi legata alla guerra in Iran, nella speranza che il conflitto si esaurisse prima di dover prendere decisioni più strutturali.

Ma senza una transizione ecologica rapida, organizzata e finanziata adeguatamente non c'è soluzione né ai prezzi alti dell'energia, alla bassa produttività, né al clima impazzito che colpisce direttamente sempre più italiani e italiane: è una priorità sociale, di salute pubblica, economica e tecnologica insieme. E l'Italia non parte da zero. E’ oggi tra i paesi più forti d'Europa proprio in alcuni dei settori che dovrebbero essere il cuore della transizione. È prima in Europa per tasso di utilizzo circolare dei materiali, al 21,6%, e ricicla l'85,6% dei rifiuti, più del doppio della media UE; sugli imballaggi il riciclo sfiora il 77%, oltre l'obiettivo europeo del 70% fissato per il 2030. C’è un tessuto industriale diffuso di imprese che aiutano altre imprese ad attrezzarsi alla transizione, e poi pompe di calore, batterie, accumuli e riciclo delle materie prime e tante altre che già fanno da traino alla manifattura nazionale. Altro che economia sacrificata al Green Deal: sono pezzi di futuro reali, misurabili, che aspettano solo di essere ascoltati e valorizzati politicamente da chi si candida a guidare il paese.

Let’s stay awake, allora. Stiamo svegli e concentrati, respingiamo al mittente i tentativi di dividerci e di introdurre gerarchie farlocche sulla strada del cambiamento.

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