ALLARGAMENTO? SI, MA A QUALE EUROPA?

Articles 09 Jun 2026

L’Ucraina e i paesi dei Balcani occidentali vogliono entrare nell’Unione europea. È una scelta legittima. Ma proprio per questo meritano una risposta onesta: a cosa aderirebbero, oggi? Abbiamo un’UE economicamente rilevante, ma impotente su molte decisioni che contano, a partire dalla politica estera e di bilancio, e dopo più di trent’anni dal suo entusiastico lancio,nemmeno il mercato è ancora davvero unico.

Altiero Spinelli lo aveva capito decenni fa: dall’integrazione economica non deriva automaticamente quella politica, a differenza di quello che pensava Jean Monnet, che propose un approccio gradualista e funzionalista. Il risultato è sotto i nostri occhi: un’Europa che ha costruito un importante livello di integrazione economica, ma non un governo democratico e comune. E senza un governo, le decisioni che contano restano bloccate. “La federazione europea”, scrisse Spinelli, “è la sobria proposta di creare un potere democratico europeo.” E nonostante sembri una prospettiva irrealistica oggi, é lì che dobbiamo tornare.

L’UE di oggi ha difetti strutturali che tutti conoscono. La discussione sulle riforme si ferma sempre davanti allo stesso muro: la regola dell’unanimità. Per cambiare le regole del gioco serve il consenso di tutti, compresi coloro che traggono vantaggio dal bloccarle. È il paradosso che consuma l’Europa da trent’anni.

Il primo nodo è l’unanimità in politica estera, fisco e difesa, e non solo, con conseguenze sotto gli occhi di tutti. Il Lussemburgo blocca da anni la proposta di una base fiscale comune europea, che obbligherebbe le multinazionali a calcolare i propri profitti secondo regole uniformi invece di spostarli nei paradisi fiscali interni all’UE, che competono fra loro al ribasso. L’Irlanda blocca la web tax sulle grandi piattaforme. Non abbiamo ancora uno statuto unico delle società europee, ecc. E il governo corrotto dell’ungherese Viktor Orban è riuscito a rallentare le sanzioni alla Russia, ottenere miliardi dei contribuenti europei e smantellare la sua democrazia per anni. Sul conflitto in Medio Oriente, l’UE non è riuscita neppure a trovare il consenso per sospendere l’accordo di associazione con Israele, che prevede esplicitamente il rispetto dei diritti umani, una paralisi che ha contribuito all’impunità crudele e devastante, ma del tutto inefficace a sconfiggere i suoi  nemici, con la quale il governo israeliano agisce. 

Esiste poi una cultura del consenso che contamina anche i settori dove basterebbe la maggioranza qualificata. La gestione delle migrazioni ne è un esempio doloroso: chi erige muri ai confini interni, chi negozia accordi bilaterali con paesi terzi, chi rifiuta qualsiasi meccanismo di solidarietà. Il risultato, dopo anni di estenuanti negoziati, è un Patto su migrazione e asilo talmente annacquato da non soddisfare né chi vuole solidarietà né chi vuole le frontiere chiuse. E il meccanismo dell’articolo 7 del Trattato che doveva difendere lo stato di diritto arrivando alla sospensione dello Stato incriminato, non ha mai funzionato davvero, perché richiede l’unanimità: Polonia e Ungheria si sono protette a vicenda per anni, rendendo inutile l’unico strumento vero di difesa dello stato di diritto, prima che venisse faticosamente introdotto il blocco dei fondi. Insomma, la frammentazione genera frammentazione.

Il secondo nodo è il bilancio. L’UE dispone dell’1% del PIL europeo, mentre, per esempio, il bilancio federale degli Stati Uniti supera il 28%. Da anni ogni governo arriva al tavolo puntando a portare a casa il massimo o pagare il minimo, trattando il bilancio come un bancomat invece che come strumento per politiche comuni. Si parla da tempo di un bilancio più ampio alimentato da risorse proprie europee, attraverso una carbon tax, una tassa sulle transazioni finanziarie o sulla plastica, una web tax sulle grandi piattaforme, che non dipenda dai contributi degli Stati. Anche qui si decide all’unanimità, e il Parlamento europeo viene solo consultato sulla decisione relativa alle risorse proprie, senza un potere reale. 

Il terzo nodo è l’equilibrio istituzionale, che man mano che crescono le sfide comuni, guerra e pace, clima, crisi economiche, si sposta sempre più verso i rappresentanti degli Stati nel Consiglio, riducendo la Commissione a una specie di segretariato e rendendola sempre più permeabile all’influenza non solo dei paesi più forti, ma anche di poteri economici sempre più influenti. Il Parlamento europeo è ancora escluso da interi settori decisionali e rimane espressione di ventisette elezioni nazionali separate. Anche l’introduzione di liste almeno in parte transnazionali è bloccata: la legge elettorale europea richiede l’unanimità del Consiglio e la ratifica di tutti gli Stati membri. E’ del tutto ovvio che queste vulnerabilità strutturali sarebbero fortemente aumentate con un ulteriore ampliamento senza riforme.

Non è una novità. Negli anni Novanta, con Austria, Finlandia e Svezia, e poi nel 2004 con i dieci paesi dell’Europa centrale, si aprì ogni volta la stessa discussione: prima di allargare, bisogna riformare. Il PE ci provò, arrivando quasi a bloccare il processo, ma alla fine cedette. Da allora, i Trattati sono stati modificati più volte, ma i nodi strutturali sono rimasti intatti. L’impotenza dell’Unione di fronte a molte delle crisi degli ultimi anni ci dice che chi insisteva sull’unione politica subito aveva ragione. Serve un nuovo trattato costituzionale: come spiega Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo italiano, ci vuole un testo che istituisca una vera comunità federale, con governo responsabile davanti al Parlamento, potere legislativo condiviso, esclusione del veto e bilancio fondato su risorse proprie, che entri in vigore con un referendum paneuropeo, idea che Spinelli aveva già proposto nel 1986.

Ma tutto questo non può prescindere da una vera “riconquista” dei cittadini europei. Gli Eurobarometri lo confermano: l’opinione europea esiste, ed è più solida di quanto i politici nazionali sembrino credere, anche in Italia. Un’UE che funziona, che decide, che migliora la vita concreta delle persone è la migliore risposta alle sirene sovraniste e populiste: bisogna ritrovare la forza di valori comuni su cui conservatori, liberali e progressisti, ecologisti e sinistra possono e devono convergere. La difesa dello stato di diritto non è una causa di sinistra: è la condizione perché ogni impresa operi in un mercato equo e ogni cittadino ottenga giustizia. La lotta al clima non è un capriccio: è sicurezza alimentare e qualità della vita per tutti, anche per chi verrà dopo di noi. La garanzia dei diritti fondamentali riguarda la libertà concreta di chi vive nell’Unione e la qualità delle sue democrazie. Il contrasto alla dominazione delle piattaforme americane con alternative europee significa difendere lalibertà di cittadini e imprese. La tassazione dei grandi capitali è la condizione perché le società reggano senza precipitare nel rancore e nel populismo. Ma senza un’Europa capace di agire, nessuno di questi obiettivi potrà essere raggiunto. E’ indispensabile che ognuna di queste cause, portate avanti da milioni di cittadini e associazioni,  trovi nella battaglia per un’Europa più integrata e democratica un elemento comune di mobilitazione ed azione. 

Mille giorni per agire

Perché ormai è chiaro. La spinta a riaprire il cantiere della riforma non verrà dai governi. E contrariamente al passato, non verrà neppure dal Parlamento europeo in carica: il PPE pratica ormai la politica dei due forni, alleatosi ora con socialisti e verdi ora con l’estrema destra, gonfiando il consenso di forze nazionaliste che non hanno interesse a rendere l’Unione più democratica, e che potrebbero usare la loro crescente forza per smontarla. La spinta deve venire dai cittadini. Da un processo partecipativo che attraversi le differenze ideologiche e costruisca un mandato reale per il Parlamento eletto nel 2029: non una revisione al ribasso tra governi, ma un mandato costituente vero come quello che Spinelli tentò nel 1984 e che Mitterrand definì “un’unione tra coloro che vorranno”. Una pressione capace di influenzare forze politiche, media e opinione pubblica: come accadde con il Green Deal, quando la scienza aveva documentato l’urgenza climatica, i movimenti la portarono in piazza, i media la resero impossibile da ignorare e la politica dovette rispondere.

È quello che propone il Movimento Europeo italiano con “Obiettivo 1000”: mille giorni per costruire una convergenza tra società civili, movimenti, partiti europei e i paesi candidati stessi. Perché la riforma dell’Unione non è solo per permettere l’arrivo di nuovi compagni di strada: è per impedire che frammentazione e impotenza indeboliscano ulteriormente un’idea nata per garantire pace e benessere e per dimostrare che le divisioni più sanguinose si possono superare. Oltre a varie elezioni nazionali, abbiamo tre occasioni per costruire la pressione che arrivi alle elezioni europee del 2029: dicembre 2026, anniversario della Dichiarazione di Laeken che aprì la Convenzione sul futuro dell’Europa che portò al Trattato di Lisbona; marzo 2027, settantesimo anniversario dei Trattati di Roma; maggio 2028, 80° anniversario del Congresso dell’Aia, che pose le basi del Consiglio d’Europa.

Perché, lo ribadisco, Spinelli aveva ragione: dall’integrazione economica non deriva automaticamente quella politica. L’esperienza mostra anzi che senza una reale integrazione politica anche l’economia langue. Serve perciò un nuovo atto fondante, che crei un potere democratico europeo reale. Abbiamo mille giorni per cominciare a costruirlo.

 

Monica Frassoni

Bruxelles 9 giugno 2026

Rimaniamo in contatto?

Contattami per qualsiasi dubbio, curiosità o domanda o anche solo per condividere le tue opinioni!

Telefono
+32 2 325 55 58
Indirizzo

Avenue Louise 222
1050 Ixelles - Belgium