Ieri 21 gennaio si è svolto al PE un voto importante sul Mercosur. Il Parlamento ha deciso di richiedere un parere alla Corte di Giustizia europea sulla conformità dell’accordo con il diritto europeo. Molti lo hanno visto come uno “stop” malvenuto o un ulteriore indebolimento di Ursula Von Der Leyen. O addirittura la dimostrazione della forza di alleanze improprie fra destra nazionalista e sinistra estrema nell’ostacolare una delle poche buone idee che si possono mettere in pista nell’era Trump e cioè cercare nuovi partner economici e commerciali. Francamente non sono d’accordo con questo punto di vista. Forse perché sono una ex parlamentare europea e penso che uno dei rischi che corre la UE oggi, nella sua ansia di compiacere non solo Trump ma anche i suoi governi più forti e i vari interessi di potenti corporazioni, è quello di dimenticare non solo le perplessità di una parte importante dell’opinione pubblica dai due lati dell’oceano, ma anche trasparenza e rispetto di regole e procedure. Che non sono messe li a caso. Peraltro, è importante notare che questo voto non blocca l’applicazione “provvisoria” della parte commerciale una volta che i Paesi del Mercosur avranno ratificato l’accordo.
Ma vediamo con più precisione di cosa si tratta. L’accordo UE–Mercosur è uno degli accordi commerciali più grandi e più controversi mai negoziati dall’Unione europea. Pensate: i negoziati vanno avanti da 25 anni. Coinvolge circa 780 milioni di persone, in Europa e in quattro Paesi del Sud America: Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Avrà effetti concreti su agricoltura, industria, lavoro, ambiente, salute e democrazia europea. A scanso di equivoci, comunque è importante chiarire che criticare questo accordo non significa essere contrari agli accordi commerciali in generale. In un contesto geopolitico sempre più instabile, per l’Unione europea è anzi fondamentale diversificare i rapporti economici con altre regioni del mondo, anche per ridurre dipendenze strategiche, in particolare dagli Stati Uniti.
Il problema è che questo accordo, così com’è, distribuisce male costi e benefici. Sul piano agricolo e ambientale favorisce un modello basato su agricoltura intensiva, grandi allevamenti industriali, uso massiccio di pesticidi e forte pressione su foreste e biodiversità, in particolare in Amazzonia. Non è un dettaglio: oltre il 40% delle esportazioni del Mercosur verso l’UE sono prodotti agricoli e materie prime. Questo mette sotto pressione l’agricoltura europea, soprattutto quella di piccola e media scala, che rispetta regole ambientali e sanitarie molto più severe. È vero che, in teoria, possono entrare in Europa solo prodotti che rispettano questi standard. Ma nella pratica i controlli riguardano oggi una porzione minima delle importazioni, meno del 4%. Anche aumentarli del 30%, come promette la Commissione, non cambia di molto la situazione.
A questo punto si dice: “Compensiamo gli agricoltori con più sussidi”. Ma è una risposta sbagliata. Perché, appunto, questo accordo non migliora il modello di produzione agricola, né qui né nei Paesi del Mercosur. Non accompagna la transizione ecologica, non rafforza le filiere locali. Consolida un modello già non sostenibile e poi cerca di compensarne i danni con soldi pubblici.E i problemi non si fermano qui. Anche altri settori rischiano effetti negativi: pressione al ribasso su standard sociali e condizioni di lavoro, difficoltà maggiori per le PMI europee, vantaggi concentrati su grandi multinazionali.
Ci sono poi seri di controllo democratico e di coerenza con le leggi europee: per questo un gruppo trasversale di 144 eurodeputati ha chiesto e ottenuto che il PE richieda un parere della Corte di giustizia dell’UE su tre punti chiave:
Primo punto: come è stato costruito l’accordo.
Governi e commissione si sono messi d’accordo per dividerlo in due parti e farlo entrare in vigore la parte commerciale senza un voto dei parlamenti nazionali e in modo “provvisorio” prima della ratifica del PE. Questo solleva dubbi seri sul rispetto delle regole europee ed è un vero e proprio scippo dei poteri del PE, che si è verificato con la complicità della Presidente Metsola che invece di salvaguardare la sua istituzione ha preferito piegarsi ai governi.
Secondo punto: una clausola di “salvaguardia” che prevede la possibilità dei paesi del Mercosur di essere compensati se l’Unione approva nuove norme su ambiente, salute o sicurezza alimentare che riducano le esportazioni dal Mercosur, In pratica, proteggere di più ambiente e salute può diventare sanzionabile.
Terzo punto: il principio di precauzione.
È il principio che permette all’Europa di bloccare prodotti o pratiche quando ci sono rischi per la salute o l’ambiente, anche se la scienza non è ancora definitiva.
Questo principio rischia di essere indebolito, perché l’accordo riduce i controlli sulle importazioni agricole e affida molte decisioni a meccanismi arbitrali.
Un po’ a sorpresa, il Parlamento europeo ha dunque approvato questa richiesta con una maggioranza molto risicata. È importante chiarire però che questa decisione non dovrebbe bloccarne l’applicazione provvisoria, se i Paesi del Mercosur completeranno le loro ratifiche interne. Tuttavia, se la Corte dovesse contestare uno dei tre punti citati, le conseguenze politiche e giuridiche sarebbero rilevanti e imporrebbero una revisione di alcune parti dell’accordo.
Il punto centrale che non dobbiamo mai dimenticare è che, in fondo, il Mercosur è figlio di una visione degli anni Novanta, fondata sull’idea che più commercio e meno regole producano automaticamente crescita e benessere. Oggi però l’Unione europea e il mondo tutto deve confrontarsi con crisi climatica, sicurezza alimentare, transizione ecologica e disuguaglianze. Il tempo che si apre ora può e deve essere usato per correggere l’accordo, rendendo gli impegni ambientali e sociali vincolanti, rafforzando le regole e garantendo il pieno rispetto delle prerogative democratiche. Senza questo passaggio, anche l’accordo UE–Mercosur rischia di restare totalmente incapace di rispondere alle sfide del presente.
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