DA DAVOS A MONACO: L'Europa che non ci piace e quella che vogliamo costruire

Articles 17 Feb 2026

Da Davos a Monaco i leader hanno parlato. Ora sappiamo meglio qual è la traiettoria che stanno disegnando per l'Europa. E non ci piace, tranne poche eccezioni (anzi una sola). Più competitività nel senso di prezzi e salari più bassi. Più riarmo nazionale e shopping in USA. Più flessibilità e sussidi per l'industria. Molto meno welfare. Molto meno nuova economia sostenibile. Quasi nulla sulla partecipazione democratica. L'Unione europea sta diventando uno spazio di coordinamento tra governi nazionali e grandi interessi industriali, dove l'obiettivo è competere con Stati Uniti e Cina ma alle loro condizioni e priorità. Purtroppo con la complicità attiva della Commissione UVDL2.

Marco Rubio: l'Occidente come dico io. A Monaco, Marco Rubio ha usato parole di velluto ma ha detto le stesse cose di JD Vance l'anno scorso: certo che vi amiamo, ma se state alle nostre condizioni economiche, culturali, commerciali, ideologiche. Rubio propone un Occidente identitario, guidato dagli Stati Uniti, diffidente verso la migrazione e scettico verso le politiche climatiche. Per lui la storia americana comincia con Cristoforo Colombo che ha portato il cristianesimo nelle Americhe; i popoli originari e le loro grandiose culture non esistono. Dichiara che siamo tutti parte di una sola civiltà – la civiltà occidentale, forgiata da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza.

Un uomo di origini cubane e discendenza italiana e spagnola che demonizza la migrazione come minaccia urgente al tessuto delle società e alla sopravvivenza della civiltà stessa è un paradosso. Definisce lo sconvolgimento del clima come un "culto climatico" che ha impoverito la civiltà occidentale attraverso politiche energetiche che privano le popolazioni del benessere, quando la realtà anche in Stati governati dai repubblicani e che gia é ben altra. Chiede di creare una catena di approvvigionamento occidentale per minerali critici – il negazionismo climatico spacciato come pragmatismo economico. Rubio enfatizza i legami tra USA ed Europa ma ribadisce che l'alleanza deve essere guidata dagli Stati Uniti, alle loro condizioni. Il messaggio è chiaro: sottomissione mascherata da partnership. Ma se l'Europa rispondesse adottando una versione "continentale" di quella logica, quella che Meloni vorrebbe, perderebbe ciò che la distingue: pluralismo, diritti universali, regolazione comune, ambizione climatica, welfare e redistribuzione.

Friedrich Merz: esercito e deregolamentazione Friedrich Merz è stato esplicito a Monaco: la cultura MAGA non è la nostra. Viva l'Europa, ma se ci lascia fare quello che ci pare. Il Cancelliere tedesco annuncia l'intenzione di costruire l'esercito convenzionale più forte d'Europa entro il 2029. Ma non solo armi: a Monaco ha parlato di liberare il potenziale europeo riducendo vincoli regolatori e puntando sulla possibilità di concedere aiuti di stato senza condizioni e un rallentamento della transizione energetica dietro il concetto passe-partout della neutralità tecnologica: se gli standard climatici pesano sull'industria, devono essere rivisti e Parlamento e Commissione fermati. Propone un "freno d'emergenza" alla burocrazia e discontinuità per il lavoro legislativo, con un bilancio UE che mette al centro la competitività. Ma cosa significa davvero? Deregolamentare, riaprire file legislativi già adottati, ridurre i poteri delle istituzioni europee, niente debito comune. Sull’ETS, dichiara che l'UE dovrebbe essere aperta a rivedere o posticipare il sistema se non consente all'industria di passare alla produzione pulita senza troppi costi, sottovalutando l’effetto “confusione” che avrebbe lo smantellamento di un sistema che esiste dal 2005 e, che ha portato benefici evidenti: in termini di riduzione delle emissioni (-39%), crescita dei settori ETS (+71%), e revenues generate (260bn €).

Chi ha più risorse nazionali sostiene la propria industria. Gli altri restano indietro. Altro che mercato interno forte. Con buona pace di Letta, il mercato unico si frammenta. Non un esercito europeo integrato, ma un esercito tedesco dominante. Eppure non c'è autonomia energetica e tecnologica senza una trasformazione rapida verso rinnovabili, efficienza e filiere verdi europee. E anche il rifiuto di essere subordinati a Trump e alla sua "cultura" MAGA si indebolisce e svanisce dietro la frammentazione litigiosa di una UE senza capacità di decidere sovranazionale e democratica.

Emmanuel Macron: retorica europea, solita ambizione di grandeur francese

Macron a Davos ha chiesto preferenza europea, semplificazione e investimenti in innovazione, particolarmente in AI e tecnologie pulite. A Monaco ha affermato che è tempo che l'Europa diventi una potenza geopolitica, incluso riorganizzare l'architettura di sicurezza e articolare la deterrenza nucleare francese. La retorica è impeccabile. Macron propone di estendere l'ombrello nucleare francese all'Europa, mantenendo però la decisione nelle mani del Presidente della Repubblica. Non è del tutto sorprendente: vi fidereste a condividere con altri la decisione di premere il tasto rosso della bomba nucleare? Ma è così anche per altri settori: dietro il possibile fallimento dell'intesa sulla difesa con i tedeschi c'è anche la volontà dei francesi di tenerne il controllo all'80%. Macron ha avvertito che minacce e intimidazioni da parte degli Stati Uniti non sono finite, definendo l'amministrazione Trump apertamente anti-europea e in cerca della frammentazione dell'UE. Ha sottolineato che l'Europa deve ridurre le dipendenze estere, rafforzare la difesa collettiva attraverso iniziative come lo sviluppo di missili a lungo raggio.

Sul clima, ha un merito: riconosce che le energie a basse emissioni di carbonio danno più indipendenza e sicurezza. Eppure, anche qui prevale l'interesse nazionale: proteggere l'industria nucleare francese più che costruire una filiera europea integrata. E sulla migrazione? Silenzio. Il punto è il solito: finché le leve decisive restano nelle capitali, l'Europa non diventa una vera potenza democratica condivisa. Diventa un coordinamento tra Stati che pensano di essere forti ma divisi sono tutti deboli.

Ursula von der Leyen: potere formale, subordinazione reale (e innecessaria)

A Monaco von der Leyen ha dichiarato che è giunto il momento di dare vita alla clausola di difesa reciproca dell'Europa, sottolineando che la difesa reciproca è un obbligo previsto dall'Articolo 42(7) del Trattato. Riassume i risultati: entro il 2025 sono stati mobilitati 800 miliardi di euro per la difesa europea, incluso il programma di appalti congiunti SAFE da 100 miliardi. Von der Leyen è diretta: l'Europa deve fare ancora di più. Mentre i 27 paesi dell'UE stavano appena raggiungendo l'attuale obiettivo NATO del 2%, non era abbastanza. Dovevano puntare al 3%. Propone di rimuovere i vincoli di bilancio UE per i membri quando si tratta di spesa per la difesa. Ma non ripropone alcuno strumento simile per politiche sociali ed economiche. Il discorso è interamente centrato sulla sicurezza militare, la difesa, l'Ucraina. Si è messa l'elmetto. Ma la Commissione, che non ha poteri espliciti in materie di difesa, potrebbe aumentare di molto la nostra sicurezza difendendo la sua leadership nella lotta ai cambiamenti climatici e nella spinta a un nuovo modello economico, potrebbe respingere la spinta a una deregolamentazione inefficace, potrebbe proteggere il mercato unico da una corsa disordinata agli aiuti di Stato e potrebbe anche resistere allo smantellamento del sistema di asilo: nel sistema europeo solo lei ha il potere di iniziativa.

Ma la Commissione non pare più interessata a usare i suoi poteri a vantaggio dei cittadini. La sua stessa svolta a destra favorisce una subordinazione ai governi (e soprattutto ad alcuni) non richiesta dai Trattati. Ha accettato che la "semplificazione" smonti ciò che la stessa VDL ha creato nella legislatura precedente senza che nessuno veda alcun reale vantaggio a parte fantasmagorici risparmi che sono difficili da definire. Una Penelope triste e senza visione. E sulla migrazione ha mollato in pieno su diritti e integrazione per sposare quella della deterrenza a ogni costo e di una impossibile esternalizzazione: accordi con Paesi terzi per bloccare le partenze, procedure accelerate alle frontiere, spazi limitati per ingressi legali europei strutturati, definizione di autocrazie come "paesi sicuri". E invece a un'Europa che invecchia servono canali legali comuni, quote europee, riconoscimento delle qualifiche, politiche di inclusione. Non criminalizzazione.

Giorgia Meloni: nazionalismo coerente ma dannoso

Giorgia Meloni non nasconde il suo orientamento: il suo riferimento politico è Trump. Non ha avuto bisogno di andare a Monaco, ha preferito il vertice Italia-Africa ad Addis Abeba e ha annunciato la partecipazione dell’Italia come “osservatrice” al famigerato Board of Peace, il cui ruolo non è chiaro, ma al quale non sono stati invitati i palestinesi, il che in mezzo a una pletora di azioni violente e illegali che Israele sta perseguendo nella più totale impunita a Gaza e in Cisgiordania, non promette nulla di buono. Non stupisce allora che dalle sponde africane intervienga per prendere le distanze dal suo "amico Friedrich". Interrogata sulle critiche di Merz alla cultura MAGA, risponde secca: "Non le condivido. Queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di competenza dell'Unione europea". Ma non è affatto vero che i temi di libertà di espressione, i diritti civili, la possibilità di esprimere dissenso, lo stato di diritto siano al di fuori delle competenze europee. Il suo legame con l'Europa è pragmatico, basato sui soldi della UE, una fredda convenienza. Difende l'unanimità perché garantisce il potere di veto nazionale e non ha nessuna empatia con una costruzione istituzionale e ideale nata contro la sua cultura, che, pur se rivista e in parte corretta, è di diretta provenienza fascista. Non vede nella frammentazione un problema strutturale. Anzi, è uno spazio di manovra. È una posizione coerente con la sua visione nazionalista e corporativa, cioè di protezione di alcune categorie sociali ed economiche. Come tale è un ostacolo a un'Europa più forte, più integrata, più trasparente, più capace di decidere. E questo è totalmente contrario agli interessi di un'Italia fortemente indebitata, debole e sempre meno punto di riferimento culturale oltre che industriale.

Pedro Sánchez: sicuri perché uniti

Pedro Sánchez, primo premier spagnolo a partecipare alla Conferenza di Monaco, fa eccezione a questa narrativa bellicosa, neonazionalista, euroindifferente. Mette in guardia dal riarmo nucleare e chiede un "riarmo morale" contro Putin. Le potenze spendono più di 11 milioni di dollari ogni ora per le armi nucleari. Solo gli Stati Uniti spenderanno 946 miliardi di dollari per le armi nucleari nel prossimo decennio. "Questo è sufficiente per sradicare la povertà estrema nel mondo", sottolinea. Aggiunge la preoccupazione per l'intelligenza artificiale applicata all'arsenale nucleare, fattore che considera particolarmente pericoloso. Ricorda che sicurezza significa anche welfare, servizi pubblici, diritti sociali, transizione giusta. È un punto decisivo: senza investimenti in casa, sanità, istruzione, lavoro verde, anche la sicurezza è solo un'illusione. Denuncia che negli Stati Uniti ci sono settori che percepiscono l'UE come una minaccia piuttosto che come un partner. "Alcuni vorrebbero vedere un'UE più frammentata", afferma, pur essendo convinto che i Paesi europei stiano lavorando nella direzione opposta. Sul fronte migratorio, Sánchez parla dell'Europa com'è davvero: un continente che invecchia e ha bisogno di lavoratori, non di muri. La sua idea di gestione dei flussi non è quella della "fortezza" che appalta la frontiera a Paesi terzi, ma di una politica ordinata, umana, ancorata ai diritti fondamentali e alla piena cittadinanza. Insiste che l'Europa deve allargare l'Unione all'Ucraina, realizzare le riforme interne e aumentare la propria competitività economica. Ma soprattutto, chiede di "costruire un autentico esercito europeo" fatto in maniera coordinata e controllata, facendo appello a riformare e rafforzare le istituzioni multilaterali che sono riuscite a mantenere la pace per decenni, richiamando i valori della solidarietà, empatia, cooperazione. "Il riarmo che più necessitiamo nel mondo, oggi più di sempre, è un riarmo morale", enfatizza.

Che cosa possiamo trarre come spunto da queste prese di posizione per la nostra azione da ecologisti, federalisti e progressisti? Su cosa puntare per riprendere un’iniziativa che dai lussuosi saloni di Monaco e Davos sembra oggi più urgente ma anche più complicata che mai?

  1. Il Green Deal come strumento di indipendenza e sicurezza, oltre che di sviluppo economico e industriale: le energie a basse emissioni non sono solo pulite e l’efficienza energetica non è solo una moda: danno indipendenza, sicurezza, riducono i costi energetica, oggi la spina nel fianco per la competitività europea. Eppure la politica europea nicchia, cede alle lobby, invoca "neutralità tecnologica" e deroghe e  questo tocca anche una parte del fronte liberale e progressista, che non ha capito che questo tema è centrale per rispondere alle destre. La transizione verde non è un lusso ideologico: è l'unica strada per l'autonomia strategica reale. Dipendere da gas russo, americano o qatariota significa consegnare la sovranità europea a potenze esterne. Investire in rinnovabili, efficienza energetica, economia circolare, se facilitati da riforme fiscali adeguate, significa costruire un'Europa davvero indipendente oltre che dare una prospettiva di lavoro, innovazione e redistribuzione equa e concreta dei vantaggi della rivoluzione digitale.

 

  1. La sicurezza non si ottiene solo con il riarmo. Sicurezza significa affrontare il cambiamento climatico, garantire welfare universale, costruire solidarietà tra generazioni e territori, gestire le migrazioni con umanità, coltivare la cultura e la pratica della non violenza e di un pacifismo non inerme; e organizzare una difesa comune a partire dalla messa in comune di tecnologia e armamenti. Ogni riarmo nazionale che non prenda atto concretamente di questi elementi ci renderà più cattivi, più poveri e meno sicuri.

 

  1. Coinvolgimento e partecipazione dei cittadini; lungi da essere una inutile espressione retorica, il coinvolgimento concreto e organizzato di cittadini, associazioni, accademia, scuole, sindacati, amministrazioni locali sarà chiave per resistere sia alla deriva autoritaria che a una visione economica poco “sostenibile” e centrata su soluzioni nazionali. I discorsi ascoltati a Davos e Monaco, tranne in quello di Sánchez, sono tutti top-down. Non c'è popolo, non c'è partecipazione dei cittadini. Solo governi, grandi imprese e lobby che decidono per tutti. Quindi dobbiamo porci un programma serrato e concreto. Le elezioni in Italia del 2027 ma anche le elezioni europee del 2029 per riconquistare una maggioranza europeista e ecologista, anche attraverso una partecipazione e coinvolgimento maggiore di elettori/trici e attivisti.

Come dimostra l'ultimo Eurobarometro, i cittadini e cittadine europee capiscono e sono pronti per un'Europa più efficace e capace di aiutare a risolvere i loro problemi. Che non sono solo la competitività delle imprese energivore o gli eserciti da rafforzare, ma prezzi degli affitti, qualità del lavoro e del salario, prospettive professionali per i giovani, qualità del welfare, sicurezza e degrado nelle città, salute.

I discorsi di Monaco confermano che un'altra strada possa prevalere: rinazionalizzazione mascherata da competitività, militarizzazione frammentata, sottomissione geopolitica agli Stati Uniti sotto la retorica della "civiltà occidentale". Ma io penso che la Commissione europea attuale e anche il PE, pur con le sue maggioranze ballerine e i due forni del PPE, siano permeabili a una forte sollecitazione di imprese, cittadini, sindacati, movimenti ecologisti e federalisti, contro questa deriva.  L'Europa non può essere solo un mercato aperto, non può essere solo competitività e armi. Deve tornare ad essere un progetto politico, sociale, di civiltà. O perderà la sua anima insieme alla sua rilevanza.

Monica Frassoni

17/02/2026

 

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