Da Emma Bonino l'ispirazione e l'energia per battere l'estrema destra: Europa, clima, diritti

Articles 12 Sep 2026

Emma Bonino ci ha lasciati nella mattinata di ieri. Il rispetto enorme che questa figura originale e influente, capace di interpretare il proprio ruolo dentro e fuori le istituzioni, dentro e fuori i confini nazionali, continua a suscitare non solo in Italia ma sulla stampa di mezzo mondo, che la ricorda come la donna che cambiò il Paese su divorzio e aborto e come una voce del femminismo e dell'attivismo europeo, non è un semplice omaggio. È un promemoria. Perché nella sua eredità ci sono gli strumenti per rispondere agli eventi che ci travolgono ogni giorno: l'avanzata di una destra estrema, illiberale e pericolosa; una classe dirigente priva di competenza e di visione, e spesso irrispettosa delle stesse istituzioni in cui siede; e una crisi climatica che nessuno può più negare, ma a cui l'Italia risponde in modo stupefacente, nominando un commissario non per accelerare la transizione, ma per estrarre più in fretta petrolio e gas nazionali.

Ho conosciuto e frequentato Emma Bonino soprattutto a Bruxelles, negli anni da commissaria europea nella tormentata Commissione Santer, dal 1995 al 1999, e in seguito quando eravamo insieme al Parlamento europeo e poi ancora in giro per le tante campagne che ha animato con energia e convinzione. Quando lei era Commissaria io lavoravo al Parlamento accanto a un'altra donna straordinaria della sua stessa storia radicale, Adelaide Aglietta, che ci ha lasciati davvero troppo presto. Bonino fu nominata da Berlusconi per ultima, dopo mille tentennamenti, quando Mario Monti aveva già ricevuto la delega al Mercato interno. A lei toccarono le deleghe considerate minori: aiuti umanitari, tutela dei consumatori, pesca. Bastò pochissimo perché diventasse la più conosciuta e amata della squadra, popolare anche fuori dai confini europei. Trasformò l'ufficio umanitario in una macchina d'intervento rapido, si impegnò senza sconti sulla guerra in Bosnia, difese i pescatori in una crisi internazionale durissima, e portò l'Europa a occuparsi di battaglie globali che sembravano lontanissime dai palazzi comunitari: dal Dalai Lama alla Birmania, dalla moratoria sulla pena di morte alle mutilazioni genitali femminili, fino alla difesa di oppositori e attivisti in ogni angolo del mondo. Dimostrò che perfino un'istituzione percepita come distante poteva avere un ruolo diretto e visibile nel difendere i diritti e nel migliorare concretamente la vita delle persone.

Alle elezioni europee del 1999 Bonino trascinò la sua lista a un risultato mai più eguagliato, e portò a Strasburgo una squadra di parlamentari con cui noi Verdi lavorammo senza sosta per fare di quell'assemblea un luogo di azione nonviolenta per i diritti e per la federazione europea. È da questa lezione, coerenza nelle battaglie, efficacia nei risultati, una presenza rispettosa e rigorosa nelle istituzioni, un radicamento costante nella società civile, la capacità di costruire reti e alleanze che tengono insieme mondi diversi, che conviene trarre spunto per organizzare una risposta sempre più urgente a tre fenomeni che oggi ci colpiscono in pieno: la crisi climatica ed energetica e le sue conseguenze economiche, sociali e ambientali; l'attacco ai diritti e alla dignità di minoranze e migranti, e ormai sempre più anche al dissenso da parte di una destra estrema sempre più mainstream; e la prospettiva reale di un'UE svuotata dall'interno dei suoi valori e della sua capacità di agire.

Insomma, il 44% dell'AfD in Sassonia-Anhalt e l'ascesa di Vannacci nei sondaggi italiani non hanno chiuso una partita: hanno aperto una strada per chi saprà proporre un'alternativa. Lo ha scritto Mario Monti sul Corriere della Sera: attaccare sovranisti e nazionalisti sul piano verbale non basta più, il campo europeista deve tornare a proporre e, aggiungo io, ad aggregare e a mobilitarsi, proprio ora che il pericolo è esplicito e non più nascosto dietro discorsi rassicuranti e falsamente di buon senso. Meloni, nel discorso autocelebrativo di Bari, ha rivendicato il proprio ruolo nel portare l'Unione su posizioni fino a poco fa considerate estremiste e ha indurito i toni: fatica a distinguersi da Vannacci e finisce per rincorrerlo, perché da quella cultura proviene anche lei, come mostrano l'amicizia con Abascal e Orbán e l'ammirazione per Trump. Ma un'Unione europea in salsa Meloni, Le Pen, o peggio ancora Weidel, (e notiamolo, sono tutte donne) sarebbe un continente più litigioso, con comunità interne divise e rancorose, un’economia basata su fossili e corporazioni di interessi particolari, e un'Europa ridotta a un bancomat sempre più povero e sempre più irrilevante nel mondo e ancora piu incapace di risolvere le preoccupazioni ed insicurezze dei cittadini. È proprio questa radicalizzazione a dimostrare che lo spazio per un'alternativa esiste, e va occupato in fretta. Con proposte concrete, non con la sola indignazione, che, come Bonino ha dimostrato per una vita intera, va riempita di contenuti e di azione. "Avrei voluto essere amata di meno e votata di più", diceva con la sua ironia tagliente: un monito a non scambiare l'applauso di una piazza gremita per  consenso.

Clima ed energia: il vero mondo al contrario

L'11 settembre Giorgia Meloni ha dedicato un videomessaggio alla sicurezza energetica, rivendicando 28 GW di rinnovabili installati, "tre volte meglio di chi oggi ci fa la morale sull'energia green", salvo poi annunciare il vero cuore del provvedimento: un decreto che introduce commissari straordinari per accelerare permessi e concessioni sugli idrocarburi. Le rinnovabili come vanto retorico, i fossili come politica reale. È lo stesso strumento che Confindustria chiede da mesi, ma per le rinnovabili, non per il petrolio: Orsini denuncia 130 GW di investimenti fermi, altri 150 GW secondo il rapporto Teha Group per Elettricità Futura, a fronte di riserve nazionali che coprono appena 15 mesi di consumo di petrolio e 8 di gas. Un incaponimento sui fossili illogico, sganciato dalla realtà e persino dalle richieste degli industriali che il governo dice di rappresentare, a puro vantaggio dei petrolieri, che infatti gongolano. Questa assurdità  si smonta con un fatto elementare: non solo il petrolio estratto in Italia basterebbe per pochi mesi, ma non arriverebbe comunque a sconto alle famiglie italiane. Lo vendono concessionari privati sul mercato internazionale, allo stesso prezzo di chiunque altro. Il rialzo di questi giorni, Brent oltre i 107 dollari, gas ai massimi da quasi quattro anni per le tensioni nello Stretto di Hormuz, mostra in tempo reale il costo di restare agganciati a un mercato fossile globale. Affrontare davvero il caro energia in modo strutturale significa uscire da quella dipendenza: elettrificazione dei consumi, rinnovabili, accumuli, efficienza, economia circolare, e un no netto a nucleare e trivelle. È su questi assi, puntando su una netta opposizione all'estrazione di idrocarburi nazionali, ai miliardi dispersi in tagli a pioggia delle accise che non cambiano la vita a nessuno, a un nucleare lontano ma che inizierà presto a mangiare risorse preziose,  che le opposizioni devono costruire una risposta molto più visibile, concreta e organizzata di quanto sia oggi.

Serve insomma una vera politica industriale della transizione, che leghi la decarbonizzazione alle eccellenze del made in Italy invece di contrapporle, come abbiamo sostenuto altre volte. E spingere le rinnovabili, non serve un altro commissario. Il freno non sono soltanto le autorizzazioni, ma un imbuto a monte, il contingente delle aste ancora troppo piccolo e bandito con lentezza esasperante, mentre il mercato dei contratti di lungo termine tra produttori e industria, i PPA, resta acerbo e privo di sostegno pubblico. Come spiega Agostino Re Rebaudengo, in questa fase bisogna rendere efficace il quadro che già esiste, non ripartire da zero né sovrapporre un nuovo apparato decisionale. Se di commissari c'è davvero bisogno, si nominino quelli che mancano alla Commissione tecnica PNRR-PNIEC: nata nel 2021 per accelerare la valutazione di impatto ambientale, è diventata essa stessa un imbuto che accumula ritardi anche di anni, sottorganico fin dall'origine — cinquanta commissari sui settanta previsti, “che andrebbero portati ad almeno cento mentre le imprese pagano in anticipo gli oneri istruttori, circa 50 milioni l'anno”. Su tutto questo la subordinazione ideologica del governo ci costa carissima: blocca perfino chi vorrebbe lavorare a un'Italia meno dipendente. E non una parola, mai, sull'adattamento climatico, mentre le estati bruciano miliardi. Alla crisi climatica occorre reagire anche culturalmente, con la tenacia con cui Emma Bonino trasformava un tema marginale in una questione centrale del dibattito pubblico: rifiutando la rassegnazione, e mostrando che la transizione è un'opportunità di lavoro e di dignità, non un sacrificio.

Migranti: legalità e umanità

Emma Bonino lancio’ nel 2017 "Ero straniero  l'umanità che fa bene", una legge di iniziativa popolare per superare la Bossi-Fini, sostenuta da oltre 90.000 firme e da una coalizione larghissima: Radicali, Casa della Carità, ACLI, ARCI, ASGI, chiese, sindacati e centinaia di sindaci. Legalità e umanità insieme, non l'una contro l'altra. È esattamente ciò che manca oggi. Il 65% dei rifugiati nel mondo, ricorda l'Unhcr, è ospitato da Paesi confinanti a basso reddito, non dall'Europa  e i tagli italiani ( ed europei) alla cooperazione, con i fondi AICS scesi da 630 a 560 milioni, colpiscono proprio quei Paesi. Il modello Albania è costato 670 milioni in cinque anni per meno di 60 trasferimenti reali nel 2024. E il famigerato decreto flussi, che il governo sventola come apertura al lavoro regolare, è una promessa vuota: secondo il monitoraggio della stessa campagna Ero Straniero, nel 2024 solo il 7,8% delle quote si è tradotto in un permesso di soggiorno vero, contro il 13% del 2023. Persone chiamate perché servono all'economia, e poi lasciate scivolare nell'irregolarità. Nel frattempo il nuovo corso europeo, tra procedure di frontiera accelerate e trattenimenti fino a sei mesi, restringe il diritto d'asilo che diventa sempre più teorico, come denuncia Human Rights Watch. La proposta è chiara: applicare per intero il meccanismo di solidarietà del Patto europeo, aprire canali legali dimensionati sul reale fabbisogno del mercato del lavoro, superare la Bossi-Fini — che, come nota l'ex capo della polizia Franco Gabrielli, programma flussi per mezzo milione di persone dichiarandole necessarie salvo poi trattarle come clandestini. Ci sono molte proposte convincenti e concrete da riprendere: sostituire i click day con canali di ingresso flessibili e continui, gestiti in raccordo con i Paesi d'origine e calibrati sui fabbisogni reali del lavoro; una regolarizzazione su base individuale per chi è già radicato e occupato, sul modello di Spagna e Germania; superare l'impianto securitario che dal 2009 punisce l'ingresso irregolare come reato, anche per manifesta inefficacia, e il diritto di voto amministrativo per i residenti di lungo periodo. Bonino portò queste battaglie sui tavoli nazionali con la stessa concretezza con cui difendeva un pescatore o un condannato a morte: i diritti, o valgono per tutti, o non tengono per nessuno.

Europa: ci vuole una riforma di popolo

C'è un modo molto "boniniano" di indebolire Vannacci e i suoi: invece di rincorrerli, andare a vedere dove porterebbero davvero le loro proposte. Il loro non è un progetto di uscita, nessuno chiede più l’Italexit, e Vannacci anzi la nega. È qualcosa di più sottile e più insidioso, che Meloni già sta attuando: restare dentro l'Unione e svuotarla dall'interno, tenersi i fondi e il mercato mentre si demoliscono le regole comuni, la prevalenza del diritto europeo, la capacità di decidere insieme. Ma un'Unione così indebolita non protegge più nessuno, a partire proprio dall'Italia: fuori dalle regole condivise l’UE e l’Italia non riconquistano di medie dimensioni sovranità e autonomia, sono solo più esposti davanti a Stati Uniti, Cina e Russia. E poi c'è il conto che tutti questi partiti, in modo più o meno esplicito, negano: quello della crisi climatica. Per l'Italia, non affrontarla può valere fino al 6% del Pil in meno entro il 2050 (stima CMCC-Deloitte), con 25 miliardi già bruciati in una sola estate di siccità, a fronte dei circa 10 miliardi l'anno di investimenti in adattamento indicati dalla Commissione europea per il nostro Paese. Enormi, sì, ma molto inferiori ai danni dell'inazione. E attenzione a credere che il pericolo venga solo dai più estremi. Meloni si è costruita un'immagine di affidabilità, ma i danni li fa eccome: si oppone al superamento dell'unanimità e, su quasi tutti i dossier economici e climatici, si arrocca sul no. Ecco perché la risposta non può essere solo tecnica di governo, ma una riforma di popolo: superare l'unanimità con il voto a maggioranza qualificata, completare il mercato unico e preparare un vero processo costituente europeo, come propone il Movimento Europeo guidato da Pier Virgilio Dastoli, che con Bonino ha condiviso decenni di battaglie federaliste, e che proprio in questi giorni ha lanciato a Roma l'iniziativa Obiettivo 1000, per un rilancio costituente europeo a mille giorni dalle prossime elezioni europee. È un processo che riguarda i cittadini che dovranno viverlo, non solo i governi che lo negoziano: per questo va accompagnato dalla partecipazione dal basso, non deciso nei vertici a porte chiuse. Anche perché quando esponenti del governo Meloni invocano un cambiamento dell'Europa come reazione al voto AfD, lo fanno per rincorrerlo: la nostra Europa deve essere l'esatto opposto, e la differenza va rivendicata e sostanziata con orgoglio, non persa dietro slogan vuoti.

Il metodo conta quanto le proposte

Ma le migliori proposte, da sole, non camminano: le fanno camminare le persone. E qui ci sono due trappole da evitare. La prima è la concentrazione ossessiva, spinta da media che preferiscono accapigliarsi sui nomi che studiare i problemi, sulla definizione della leadership solitaria, la ricerca del volto che faccia da specchio a Meloni. Meglio definirlo al più presto cosi non ci si pensa più. La seconda, più insidiosa, è il programma scritto a tavolino da pochi esperti: un metodo che replica, a parti invertite, lo stesso vizio del governo, decidere senza costruire consenso o concentrandosi solo sugli amici. Bonino insegnava l'esatto contrario. Le sue vittorie con i radicali di Pannella ma anche tanti altri e altre,  dal divorzio all'aborto, da "Ero straniero" alle campagne internazionali, nascevano da pochi obiettivi chiari, dai fatti e non dai sondaggi, e da alleanze che tenevano insieme laici e cattolici, sindacati e imprese, in quella pratica quotidiana che è la democrazia vera, quella che non si esaurisce nel voto pur esigendo una presenza dentro le istituzioni e quindi risultati elettorali positivi. Come si prepara allora una vittoria? Scegliendo pochi punti davvero qualificanti e costruendoli con chi li dovrà vivere: perché non si organizza una grande convention sul Green Deal con imprese, sindacati e territori? O occasioni di confronto sull'integrazione con le associazioni e i ragazzi dello Ius Scholae? un tavolo con l'industria verde sull'occupazione reale? O mille altre iniziative alle quali tanti e tanti cittadini e attivisti aspettano di partecipare?

Lo spazio politico c'è, e si deve occupare con proposte verificabili su clima ed energia, il vero terreno rivoluzionario e trasformativo della nostra società, su diritti, migranti e sull’Europa che vogliamo: gridare allo scandalo per le vittorie di Vannacci, Meloni e AFD serve a poco perché non convince più un'opinione pubblica che ha smarrito punti di riferimento e persino la memoria di ciò che la storia tragica del Novecento ci ha insegnato — quel "mai più" che ispirò le grandi conquiste di libertà e diritti del dopoguerra. L’estrema destra va sconfitta perché si basa su disvalori odiosi e di false soluzioni. Il nostro compito è dimostrare con i fatti che esiste un'alternativa che funziona meglio. Emma Bonino ci ha lasciato un metodo per farlo. Sta a noi avere la capacità di usarlo.

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