Da Santa Marta arriva una buona notizia: chi vuole uscire dai fossili si è messo a fare sul serio. (Ma l’Italia nicchia)

Articles 30 Apr 2026

Cinquantasette paesi che pesano un terzo del PIL globale, una società civile mobilitata da mesi, una roadmap francese sul tavolo, tre workstream operativi che parleranno di debito, costo del capitale, allineamento produttori-consumatori. La transizione esiste, ed è in movimento. Anche in Europa il Green Deal respira meglio di sei mesi fa.Ma in Italia abbiamo un problema: l’alleanza tra un governo ecoscettico idieologico e impreparato

Si è chiusa ieri sera a Santa Marta ( e i festeggiamenti sono ancora in corso) , in Colombia, la prima conferenza internazionale interamente dedicata all'uscita da petrolio, gas e carbone. Per cinque giorni Colombia e Paesi Bassi hanno ospitato cinquantasette paesi, mezzo migliaio di organizzazioni della società civile, comunità indigene, sindacati, accademici, parlamentari, banche multilaterali. Il documento ufficiale dei co-host pubblicato oggi 30 aprile parla chiaro: l'obiettivo non era fissare nuovi target, ma fare quello che le COP non sono riuscite a fare in trent'anni: avviare un percorso concreto e basato su evidenze scientifiche su come si esce davvero dai fossili. In un contesto che rende evidente che la transizione, come scrivono Colombia e Paesi Bassi,[1]«è oltre il punto di non ritorno»: secondo l'IEA la capacità rinnovabile mondiale è cresciuta del 50% tra il 2023 e il 2025, e quasi tutta la nuova domanda di energia oggi viene coperta da rinnovabili.

Niente è scontato, però

Attenzione, non è il mondo intero. Sono 57 paesi su quasi 200, tra cui mancano Stati Uniti, Cina, India, Russia e le monarchie del Golfo. Lo stesso documento dei co-host lo dice senza giri: questa è «frontrunner cooperation», cooperazione d’avanguardia, di chi vuole muoversi, perché aspettare il consenso unanime delle Nazioni Unite ha prodotto trent'anni di progressi fondamentali, ma troppo lenti per la velocità richiesta dall’emergenza climatica. Ma proprio per questo Santa Marta è una buona notizia: dimostra che è possibile rompere l'immobilismo, costruire spazi alternativi che restano collegati al sistema ONU senza esserne ostaggio, e mettere in moto cose concrete.

Cosa parte davvero da qui

I co-host hanno annunciato cinque risultati operativi. La seconda conferenza è già fissata per il 2027 a Tovalu la pre-conferenza si svolgerà in Irlanda. Tre workstream cominciano subito: uno sulle roadmap nazionali, guidato dal nuovo e importantissimo Science Panel for the Global Energy Transition con sede all'Università di San Paolo e dalla NDC Partnership, una coalizione che unisce oltre 260 membri, tra cui più di 140 paesi (sviluppati e in via di sviluppo) e oltre 120 istituzioni; uno sull'architettura finanziaria internazionale, in collaborazione con IISD, (un prestigioso think tank indipendente con sede in Canada) ,che affronterà i veri ostacoli, debito sovrano, costo del capitale, sussidi, e il meccanismo di arbitrato ISDS che permette alle compagnie petrolifere di fare causa agli Stati che le ostacolano; uno sull'allineamento tra paesi produttori e consumatori di fossili, supportato dall'OCSE. Il documento finale verrà consegnato alla presidenza COP30 prima dell'intersessione UNFCCC di giugno a Bonn, presentato alla London Climate Action Week, portato al Segretario Generale ONU a New York, fatto confluire nel secondo Global Stocktake: si cerca percio’ una connessione diretta e operativa con iil processo globale in corso Non è una dichiarazione che finisce nel cassetto.

Senza la società civile non sarebbe successo niente

Senza la società civile mobilitata da mesi, Santa Marta non sarebbe esistita. Il People's Summit ha riunito centinaia di organizzazioni dal 24 al 26 aprile, prima ancora che arrivassero i ministri. Trecentoquaranta organizzazioni hanno firmato una dichiarazione che chiede l'eliminazione dei meccanismi che permettono alle compagnie petrolifere di fare causa agli Stati. La coalizione del Fossil Fuel Treaty è sostenuta da centouno premi Nobel, dall'Organizzazione mondiale della sanità, dal Parlamento europeo, da quattromila organizzazioni, da tremila scienziati. I governi non si sono svegliati da soli: sono stati spinti. Anche la delegazione italiana della società civile a Santa Marta, coordinata da Fossil Free Rising e GEA, con WWF, Legambiente, Rete dei Numeri Pari, LAV, Salviamo la Costituzione e altri,  è arrivata con trecento proposte concrete. Prima della conferenza, undici associazioni italiane (CGIL, Greenpeace, Legambiente, Fridays for Future, A Sud, Extinction Rebellion, WWF e altre) avevano firmato un appello a parlamentari ed europarlamentari. Senza questa pressione dal basso, il governo italiano, che è rimasto in disparte ma era comunque presente, non avrebbe mandato un rappresentante.

Anche in Europa il vento si è mosso

E in Europa? Tre mesi fa il Green Deal sembrava destinato ad essere smantellato e in parte è ancora sotto assedio. Oggi la situazione è meno drammatica. Il Clean Industrial Deal, l’Affordable Energy Action Plan, l’Industrial Accelerator Act presentati dalla Commissione hanno provato a tenere insieme decarbonizzazione e competitività. Le rinnovabili in Europa nel 2025 hanno prodotto più elettricità dei fossili per la prima volta nella storia. E la Francia ha presentato per primo proprio a Santa Marta una roadmap completa di uscita dai fossili: carbone nel 2030, petrolio nel 2045, gas nel 2050. Quattordici pagine, tre date precise. È la prima grande economia europea che mette il cronometro sul tavolo. Lo fa con un mix che combina nucleare e rinnovabili, Greenpeace France lo trova «largamente insufficiente», ed è senz’altro cosi, considerando la vetustà degli impianti nucleari in Francia e l’enorme buco di bilancio che qualsiasi reale rilancio su grande scala del nucleare comporterebbe. Però è una mossa importate che speriamo sarà presto seguita da altri paesi.

E l'Italia?

E l'Italia, appunto. Era presente con il delegato Clima Francesco Corvaro. Niente annunci dal governo, nessuna delegazione di alto livello, nomi mai resi pubblici. La Notizia, l'Indipendente, LifeGate, il Manifesto: tutti usano la stessa parola, sordina. Normale, visto che l’Italia continua ad agire in controcorrente rispetto agli obiettivi climatici che pur ha sottoscritto. Mentre la Francia annunciava la roadmap, il governo italiano convertiva con voto di fiducia un decreto-legge che rinvia il phase-out del carbone dal 2025 al 2038 nonostante già oggi sia assolutamente marginale (2/3%) nel nostro mix energetico. Tredici anni in più e vari milioni per compensare gli operatori per mantenere pronte, ma spente per lo più, le nostre poche centrale a carbone. Una scelta davvero illogica, che si pone in continuità con il miliardo di euro speso per una temporanea riduzione delle accise

E oggi 29 aprile, mentre Santa Marta chiudeva, da Bruxelles è arrivato un altro segnale: la Commissione ha adottato il METSAF, il nuovo quadro temporaneo sugli aiuti di Stato per la crisi del Medio Oriente. Permette agli Stati di sostenere imprese e settori colpiti dal caro energia, ma non include la possibilità di rimborsare ai produttori a gas le quote ETS che pagano. Cioè proprio l'articolo 6 del decreto bollette italiano. QualEnergia titola: «I nuovi aiuti di Stato Ue bocciano i rimborsi ETS del Dl Bollette». ARERA, ECCO, le associazioni: l'avevano detto in tempo. Il governo è andato avanti lo stesso. Oggi Bruxelles ha messo il punto.

Il momento di agire è adesso

Tutto questo per dire una cosa semplice: non è vero che siamo sconfitti. La transizione esiste, è in moto, ha una coalizione globale di chi non aspetta più, ha una roadmap francese che apre la strada, ha un Green Deal europeo che ha resistito alla tempesta, ha una società civile che continua a fare il suo lavoro. Il problema italiano — un governo che chiama «realismo» l'incapacità di vedere dove sta andando il mondo, mentre paghiamo le bollette più alte d'Europa proprio perché siamo i più dipendenti dal gas — è un problema politico, non un destino. La spesa energetica annua di una famiglia ha superato i duemila euro. La Spagna paga meno della metà perché ha investito nelle rinnovabili. La transizione, alla fine dei conti, non è ideologia: è interesse materiale dei cittadini italiani.

Il momento di agire è adesso. E il fatto che a Santa Marta ci fosse — eccome — anche un pezzo importante d'Italia, quella della società civile e dei territori, è la prova migliore che il paese non è fermo. È fermo solo il governo.

Questo articolo é stato pubblicato su Green Report. 
https://www.greenreport.it/news/nuove-energie/61530-da-santa-marta-arriva-una-buona-notizia-chi-vuole-uscire-dai-fossili-si-e-messo-a-fare-sul-serio-ma-litalia-nicchia

[1] file:///Users/monicafrassoni/Downloads/TAFF+Conference_Co-host+Takeaways_DEF.pdf

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