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Il Ministro Piantedosi ha presentato oggi un nuovo Piano sicurezza che si articola su due due livelli complementari: un decreto legge contiene misure urgenti e immediatamente operative, come il rafforzamento delle zone rosse, l’estensione della videosorveglianza urbana e il potenziamento degli organici di polizia. Un disegno di legge, invece, interviene in modo strutturale sul codice penale e sulle procedure, ridefinendo reati, aggravanti e modalità di intervento dell’autorità giudiziaria.
Questa doppia architettura consente suppostamente al Governo di agire subito sulla sicurezza urbana, lasciando al Parlamento la discussione sulle riforme di sistema, in un’ottica di “prevenzione e deterrenza”.
Queste proposte si pongono su un piano di continuità con un approccio securitario e pan-penalista del nostro governo e delle forze politiche che lo sostengono. E infatti, da quando è arrivato il governo ha introdotto oltre 60 nuovi reati, di cui 14 introdotti con il solo decreto sicurezza1.
Ma la sequenza di dispositivi noti come decreti sicurezza — dai provvedimenti del 2018–2019 a firma Matteo Salvini, passando per il primo decreto sicurezza dell’attuale ministro Matteo Piantedosi, fino al nuovo decreto sicurezza 2 — mostra coerenza nella scelta di affrontare problemi come criminalità giovanile, immigrazione irregolare e ordine pubblico principalmente con più pene, più reati e più poteri preventivi. Che ci piaccia o no il rischio di sacrificare libertà civili e coesione sociale sull’altare della repressione diventa sempre più verosimile.
Guardare i numeri aiuta a essere concreti. Il decreto sicurezza 2, nelle bozze finora circolate, introduce tra 3 e 5 nuovi reati penali che spaziano dalla vendita di coltelli ai minori al porto di coltelli oltre una data misura in luoghi pubblici, fino alla trasformazione in reato della violazione di ordini di polizia nelle manifestazioni. Accanto a questi, tra 8 e 12 reati già esistenti vengono inaspriti — soprattutto quelli commessi da minori in contesti di baby gang o nelle proteste pubbliche — rendendo più facile l’arresto, la custodia cautelare e l’ingresso nel circuito penale. Inoltre, almeno 6–8 misure amministrative afflittive — come il fermo preventivo fino a 12 ore, perquisizioni in piazza, divieti di accesso e sanzioni fino a 20.000 euro — ampliano l’arsenale repressivo. In totale, si arriva a 17–25 nuovi o ampliati strumenti repressivi che non solo multiplano le fattispecie punite, ma spostano l’azione dallo spazio giudiziario a quello amministrativo, con conseguenze potenzialmente problematiche anche per la partecipazione democratica.
Peraltro, aumentare i reati ha anche altre conseguenze negative, a partire dal sovraffollamento carcerario. Secondo i dati più recenti del Consiglio d’Europa, in Italia le carceri operano a circa 118 detenuti per 100 posti disponibili (oltre il 100% della capienza formale), un livello tra i più alti in Europa insieme a Francia e Belgio, e ben oltre la media europea. Questo non è solo un numero astratto: aumentare i reati significa mettere le strutture ancora più sotto pressione, condizioni spesso disumane, tensioni interne e difficoltà concrete nella gestione quotidiana. Il sovraffollamento, oltre a impattare sulla salute e dignità delle persone recluse, riduce drasticamente la capacità delle carceri di funzionare come luoghi di riabilitazione e reinserimento sociale, trasformandole spesso in luoghi di ulteriore marginalizzazione. Soprattutto se si considera che tra il 55% e il 60% dei detenuti é ancora in attesa di giudizio e che ben il 30% potrebbero accedere a pene alternative. Se si guarda alla recidiva, il quadro non migliora. In Italia si stima che circa il 60% dei detenuti venga nuovamente condannato per un nuovo reato entro pochi anni dal rilascio. Questo tasso non è dissimile da quello che si registra in altri sistemi carcerari europei, e segnala che l’espansione del sistema penale non si traduce automaticamente in una diminuzione della criminalità reale, ma può creare cicli di ingresso-uscita nei circuiti penali.
In questi contesti, la cultura delle forze di polizia — spesso orientata più verso l’uso della repressione che verso pratiche di de-escalation, prevenzione e relazione con le comunità — rischia di essere rinforzata da norme come quelle previste nel decreto sicurezza che chiameremo Piantedosi2, che aumentano poteri e discrezionalità senza contemporaneamente rafforzare strumenti di supervisione, formazione e responsabilizzazione delle forze dell'ordine: un’eccessiva focalizzazione sulle misure punitive alimenta una cultura di impunità istituzionale, dove la forza diventa fine a se stessa e non strumento di una sicurezza e responsabilità condivisa.
Confrontando l’Italia con altri paesi europei si vedono modelli molto diversi. In Francia e Belgio il ricorso al carcere resta alto, con tassi di affollamento analoghi all’Italia e un’elevata percentuale di persone in custodia cautelare in attesa di giudizio. Questo ha portato, anche in questi paesi, a tensioni interne, critiche sui diritti umani e discussioni pubbliche sulla sostenibilità di un approccio esclusivamente punitivo. In Germania, invece, la politica penale è generalmente più orientata verso la riabilitazione e le misure alternative alla detenzione, con tassi di detenzione pro capite notevolmente più bassi rispetto a quelli italiani e francesi, e un uso più diffuso di misure come la libertà vigilata e programmi di reinserimento.
L’evidenza comparata suggerisce che approcci integrati — che combinano strumenti di controllo con interventi sociali, educativi e di reinserimento — tendono a produrre risultati migliori in termini di sicurezza reale e di riduzione della recidiva, rispetto alla mera espansione del diritto penale. Non è un caso che molte delle pratiche considerate “positive” nelle politiche giovanili e migratorie europee — come i séjours de rupture in Belgio, i programmi di contrasto integrato alla violenza giovanile in alcune regioni tedesche o i sistemi di accoglienza integrata per migranti in Paesi del nord Europa — puntino sulla relazione, la responsabilizzazione e la comunità, più che sulla sola punizione.
Il rischio concreto del percorso avviato con il decreto sicurezza e con il DDL Piantedosi 2 è insomma quello di spostare sempre più risorse e attenzione verso un sistema prevalentemente repressivo. Questo accade in un contesto di diminuzione complessiva dei reati e con flussi migratori che, al netto di oscillazioni, non giustificano un’emergenza permanente. Il risultato è meno tempo e meno strumenti per intervenire sulle cause strutturali dell’insicurezza: educazione, lavoro, politiche giovanili, salute mentale, integrazione dei migranti. Questi interventi finiscono così per essere marginalizzati o considerati un ostacolo all’azione repressiva. In un sistema già segnato da sovraffollamento carcerario e alta recidiva, più repressione significa soprattutto più carcere e più costi, senza un aumento proporzionale della sicurezza reale.
Contrastare questa deriva non significa essere buonisti, né negare l’esistenza di criminalità violenta o di comportamenti che devono essere affrontati con fermezza. Al contrario. Un approccio diverso da quello del decreto sicurezza 2 — fatto di politiche mirate per i giovani, integrazione reale dei migranti, vie legali di immigrazione, prevenzione sociale e interventi educativi intensivi — renderebbe più facile, non più difficile, colpire chi delinque davvero. Ridurre l’uso della repressione indiscriminata e delle misure preventive di massa permetterebbe di isolare meglio i soggetti violenti e recidivi, invece di confonderli in un mare di micro-illeciti, fermi preventivi e sanzioni amministrative. Significherebbe anche liberare tempo, risorse e attenzione delle forze dell’ordine, oggi assorbite da controlli generalizzati, gestione dell’ordine pubblico e adempimenti amministrativi, per concentrarle su indagini serie, intelligence territoriale e contrasto alla criminalità organizzata e violenta. Significa anche promuovere strumenti di controllo, supervisione e formazione delle forze di polizia, per evitare che una cultura eccessivamente repressiva diventi norma di fatto.
In questo senso, le politiche sociali e preventive non sono un’alternativa “morbida” alla sicurezza: sono la condizione per un’azione più selettiva, più efficace e più giusta.
La deriva dei decreti (in)sicurezza può ancora essere fermata. Ma serve una presa di parola chiara, basata sui dati, e una mobilitazione politica e civile che si concentri su un’evidenza: continuare ad aggiungere reati e sanzioni non rende lo Stato più forte, ma più rigido e meno efficace. La sicurezza vera non nasce dall’accumulo di punizioni, ma dalla capacità di distinguere, prevenire e intervenire dove serve davvero.
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