DOVE VA LA RIFORMA DELL'ETS?

Articles 13 May 2026

Il 12 maggio ho partecipato a Bruxelles all’High-Level Stakeholders Roundtable on EU-ETS Review, una sessione convocata dalla Commissione europea per raccogliere il punto di vista delle parti interessate sulla revisione del sistema ETS, il mercato europeo delle quote di CO₂. Una sessantina di partecipanti, in rappresentanza dei settori più diversi: porti, linee aeree, industrie energivore, rinnovabili, banche, inceneritori, economia circolare, oltre a ONG e think tank. Una mappa fedele di chi ha qualcosa da dire, e da chiedere, sulla riforma più importante della politica climatica europea dei prossimi quindici anni.

Io rappresentavo EUASE, una delle organizzazioni attive nell’efficienza energetica. Il settore dell’efficienza energetica (150 miliardi di fatturato annuo, 1,2 milioni di posti di lavoro) è distribuito in tutta Europa, fatto in buona misura di PMI, e particolarmente forte in Italia: caldaie, pompe di calore, motori, automazione degli edifici, recupero del calore industriale. Come tutti i settori “green” (rinnovabili, accumuli, mobilità elettrica, cleantech in generale) dipende da tre cose: legislazione europea chiara e ambiziosa, trasposizione nazionale coerente e senza troppe regole e regolette aggiuntive (il cosiddetto gold-plating) e, pur se sempre meno, un quadro di incentivi stabile. Senza norme stabili non si pianificano investimenti a cinque o dieci anni; è indubbio che le montagne russe al quale è sottoposto il Green Deal rappresentano un fattore di incertezza che non facilita decisioni di espansione e crescita.

L’ETS è il meccanismo con cui dal 2005 l’Europa fissa un prezzo alle emissioni di CO₂ delle grandi industrie, del settore elettrico, dell’aviazione e, dal 2024, del trasporto marittimo. Le aziende devono comprare quote per ogni tonnellata che emettono. Alcune quote, però, sono concesse gratis, soprattutto alle industrie energivore come acciaio, cemento, chimica, alluminio nel tentativo di proteggerle dalla concorrenza extra-europea. Il bilancio dei vent’anni dell’ETS, presentato dalla Commissione, è significativo. Le emissioni dei settori coperti sono diminuite di circa il 50% rispetto al 2005, e siamo sulla buona strada per centrare l’obiettivo del –62% al 2030. Il sistema ha generato finora oltre 250 miliardi di euro di entrate, di cui quasi 39 solo nel 2024, destinati per legge a finanziare la transizione energetica e climatica negli Stati membri. Non è poco. Ma il dato medio nasconde una distribuzione molto squilibrata: il sistema ha funzionato bene nel settore elettrico, dove ha aiutato a chiudere centrali a carbone e a far decollare le rinnovabili. Ha funzionato molto meno bene nell’industria pesante, dove le ingenti quote gratuite hanno ridotto drasticamente e in particolare per tutta la fase iniziale del sistema l’incentivo al cambiamento.

Adesso quel sistema deve essere rivisto per renderlo coerente con l’obiettivo di ridurre le emissioni europee del 90% al 2040. È indubbio che questa riforma viene avviata nel momento politicamente più delicato degli ultimi vent’anni, con una UE che fatica a tenere insieme ambizione climatica, competitività industriale e sicurezza energetica; e con forze politiche in Parlamento e governi nel Consiglio che spingono per indebolire, non per rafforzare il sistema. Ma la contrapposizione fra ambizione climatica e competitività industriale, che molti insistono a volere stabilire, è falsa. La crisi in Iran e la pressione sui prezzi di gas e petrolio degli ultimi mesi dimostrano che finché l’Europa resta dipendente dai combustibili fossili, ogni shock geopolitico si scarica su famiglie e imprese. Una riforma ambiziosa dell’ETS va esattamente nella direzione di rendere progressivamente meno conveniente quella dipendenza, e quindi di rafforzare, non indebolire, la nostra competitività.

Quale riforma del sistema ETS sta preparando la Commissione?

La Commissione sta lavorando su quattro parti della riforma dell’ETS. Il 1° aprile ha proposto la riforma della Market Stability Reserve, il meccanismo che regola il numero di quote in circolazione per evitare crolli o impennate dei prezzi. L’11 maggio ha presentato la proposta di aggiornamento dei benchmark, cioe i parametri che decidono quante quote gratuite riceve ciascuna industria. I benchmark si calcolano sull’intensità di emissione del 10% degli impianti più efficienti per ciascun prodotto (acciaio, cemento, vetro…) e in teoria dovrebbero diventare più stringenti di anno in anno, man mano che l’industria procede con la sua decarbonizzazione. La proposta dell’11 maggio è ora in consultazione pubblica e dovrebbe essere adottata definitivamente entro fine giugno. Vorrei segnalare su questo un dettaglio non trascurabile: nella proposta di aggiornamento dei benchmark, la Commissione ha spiegato di aver utilizzato 'tutte le flessibilità legali disponibili' per allentare i parametri, con un valore aggiuntivo stimato di circa 4 miliardi di euro in quote gratuite per le industrie energivore nel periodo 2026-2030. Un primo segnale che lascia perplessi, perché va nella direzione opposta a quella che la stessa Commissione indica come necessaria: legare l'accesso ai benefici a azioni concrete di decarbonizzazione. Infine, per il 15 luglio è attesa la proposta di revisione complessiva della direttiva ETS.

E in parallelo prende forma l’Industrial Decarbonisation Bank (IDB), il nuovo strumento finanziario europeo destinato a sostenere la decarbonizzazione industriale: 100 miliardi di euro di volume potenziale, di cui i primi 30 già destinati al cosiddetto Investment Booster.

Ho trovato interessanti in particolare tre dati. Il primo: dal 2005 sono state distribuite oltre 20 miliardi di quote gratuite, soprattutto alle industrie energivore. Tra il 2021 e il 2025, le quote gratuite hanno coperto in media circa l'85% delle emissioni che queste industrie hanno effettivamente prodotto; in altre parole, hanno pagato di tasca propria solo il restante 15%. Conseguenza? Cito testualmente la Commissione: ' questo non ha portato agli investimenti attesi in decarbonizzazione”. Il secondo: la riduzione del 17% delle emissioni industriali ottenuta fra il 2015 e il 2023 è stata raggiunta “soprattutto attraverso l’efficienza energetica”. Peccato però che l’efficienza energetica non figuri tra le priorità esplicite dell’IDB.

Il terzo: il 78% delle entrate ETS finora generate è andato ai bilanci nazionali, e solo il 5% è effettivamente ridiretto all’industria europea. “Non c’è ancora abbastanza trasparenza su dove e come gli Stati membri spendono”. Un punto molto rilevante per l’Italia, dove le entrate ETS valgono circa 3/4 miliardi all’anno e la quota effettivamente destinata a efficienza, povertà energetica e decarbonizzazione industriale resta marginale: anzi la riduzione delle accise recentemente prorogata dal governo è stata finanziata con 300 milioni dal fondo ETS: cioè si sussidia proprio il consumo di fossili, che l’ETS dovrebbe scoraggiare.

Non è stata una sorpresa che il punto su cui praticamente tutti i partecipanti fossero d’accordo fosse giustamente garantire che gli Stati membri usassero i proventi dell’ETS per finanziare la transizione e non per rimpolpare i loro bilanci.

Un secondo punto che è tornato più volte nella discussione è stato il tema delle condizionalità e delle quote gratuite. Ovviamente, tutti i rappresentanti delle industrie energivore hanno lamentato di non potere operare senza un prolungamento del periodo delle quote gratuite mentre il resto dei partecipanti si è detto largamente favorevole a mantenere l’impegno a uscirne e ad estendere i settori interessati dall’ETS.

In terzo luogo, è emersa una certa preoccupazione sui criteri (o meglio assenza di criteri) per l’accesso all’Industrial Decarbonisation Bank. La Commissione ha spiegato che la prima fase, da 30 miliardi, sarà gestita con il principio “First-in, First-served”, un controllo di idoneità leggero, nessun criterio qualitativo di selezione, “competizione sulla velocità invece che sul prezzo”. Tradotto: 30 miliardi di euro pubblici distribuiti per ordine di arrivo. Così disegnato, l’accesso alla Banca non sarà facile per le PMI, che spesso non hanno le strutture interne per presentare progetti rapidamente, e a interventi diffusi di efficienza energetica che per natura non sono mega-progetti unici, ma migliaia di interventi più piccoli e replicabili. I fondi rischiano così di finire a pochi grandi progetti, oppure a tecnologie ancora immature alla scala industriale: cattura e stoccaggio del carbonio (CCS), idrogeno verde, idrogeno blu, Direct Air Capture. Tecnologie che in Europa oggi contano pochissimi impianti operativi, costi alti, tempi lunghi, una lista crescente di progetti cancellati, ma sostenitori potenti e danarosi, spesso legati ad operatori tradizionali, per lo più fossili. Il caso più clamoroso è quello dell’idrogeno verde: nel 2024-2025 una lunga serie di grandi progetti europei annunciati nei mesi precedenti, da Shell, BP, ArcelorMittal e altri grandi gruppi, è stata rinviata, ridimensionata o cancellata, perché le aziende non hanno trovato sufficiente convenienza economica per fare il salto dalla fase dimostrativa alla scala industriale.

A luglio la Commissione presenterà dunque la sua proposta. Conoscendo i rapporti di forza in Parlamento e Consiglio, il negoziato rischia di arrivare ad un testo molto più debole di come è iniziato. Per questo conviene che la Commissione non parta già col freno tirato, sperando così di ammorbidire resistenze e opposizioni. L'ETS deve uscire da Berlaymont solido, coerente con l'obiettivo del 2040 e capace di reggere mesi di trattativa senza svuotarsi. Se la riforma è debole e incerta, l'Europa potrebbe perdere per i prossimi quindici anni il principale strumento che si è data per decarbonizzare la propria industria.

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