EMERGENZA CASA: L'ITALIA NON é LA SPAGNA MA HA BISOGNO DI SOLUZIONI EFFICACI

Articles 07 Oct 2026

La decisione di Pedro Sánchez di andare ad elezioni anticipate il 29 novembre nasce dalla bocciatura di due decreti sulla casa, e dal fatto che sapeva che con un governo di minoranza non avrebbe concluso granché, su nessun fronte. L'eco dei decreti arrivata fin qui ha allarmato molti proprietari e scatenato la solita campagna anti-Sanchez, ma i numeri raccontano una situazione che somiglia poco alla nostra. Conviene insomma guardare che cosa contengono quei decreti, perché il racconto arrivato qui è deformato dal dogma della difesa a oltranza della proprietà privata e dall'ostilità che la destra italiana sa montare contro qualsiasi norma sospettata di rimetterla in discussione, dalle case green alle tutele per i più fragili, mettendo sistematicamente i proprietari contro gli inquilini. Nei testi bocciati non c'era alcuna espropriazione: c'erano misure contro gli acquisti speculativi dei fondi, la proroga dei contratti in scadenza, la sospensione degli sfratti per le persone vulnerabili, un tetto del 2% agli aumenti annuali e l'IVA al 10% sugli affitti turistici. Tanto che il 6 ottobre il governo li ha riapprovati, dicendo di volerne mantenere l'essenza e rafforzandoli.

Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare al 2023, quando il governo approvò la prima legge nazionale spagnola sul diritto alla casa. L'impianto era semplice: consentire ai territori di individuare le "zone tese", cioè i luoghi sotto pressione abitativa o turistica, e lì mettere un tetto agli aumenti degli affitti, obbligando i grandi proprietari (più di 10 case) a offrire un affitto sociale prima di procedere allo sfratto. In Spagna, però, la casa è competenza quasi esclusiva delle Comunità Autonome, e per ottenere i voti dei nazionalisti baschi e catalani, gelosi delle proprie prerogative, il governo dovette conferire la decisione se applicare le norme alle Comunità autonome. Ne uscì una legge nazionale "volontaria", che le Regioni potevano lasciare sulla carta, ed è quello che hanno fatto quelle guidate dal Partito popolare, che sono la maggioranza, perfino dove i loro stessi Comuni ne chiedevano l'applicazione. Dove invece è entrata in vigore ha funzionato: in Catalogna, nel primo anno, i canoni nelle zone protette sono saliti dello 0,8% contro il 5,7% del resto del Paese.

La mancata applicazione spiega in parte la tensione di oggi. Sulla carta chi possiede più di 10 case è "grande proprietario" e deve offrire un affitto sociale prima di mandare via un inquilino moroso; la soglia scende a 5, ma solo nelle zone tese, cosicché le Comunità autonome che non le dichiarano restano a quella più alta senza nemmeno doverlo decidere. Non è un dettaglio tecnico, perché in Spagna fondi e società possiedono circa 1,07 milioni di abitazioni e 563 gruppi con più di 100 case ciascuno ne controllano 271.000. La Catalogna è andata oltre la stessa normativa e da luglio applica la soglia delle 5 case su tutto il territorio. Quanto ai tetti sui canoni, si aggirano affittando a stanza o con finti contratti stagionali di 11 mesi, che escono dalla protezione della legge ordinaria, e poiché le regioni non controllano la pratica dilaga. La sospensione degli sfratti per le famiglie vulnerabili, infine, regge soltanto se qualcuno offre un'alternativa abitativa, e a offrirla dovrebbero essere le amministrazioni locali e regionali: dove non si costruiscono alloggi sociali o non si considera questa una priorità politica, quell'alternativa non esiste.

I decreti di ottobre servivano proprio a chiudere queste falle, estendendo la protezione dagli sfratti fino al 2030 e sanando i contratti stagionali. Per approvarli serviva il voto dei catalani di Junts, che si sono invece uniti a Partito popolare e Vox. La partita però non era chiusa. Il 6 ottobre il governo ha riapprovato i due decreti in Consiglio dei ministri, estendendo al 2030 il divieto di acquisto speculativo per i fondi, tassando gli affitti turistici come attività economica, destinando 400 milioniall'edilizia sociale, aprendo un programma da 10 miliardi, chiamato Tu Casa, che offre prestiti a tasso zero fino a 50.000 euro per la prima abitazione, e introducendo per gli inquilini con una base imponibile sotto i 33.007 euro una detrazione del 10% dell'affitto, fino a circa 1.160 euro l'anno, purché né loro né un familiare possiedano un'altra casa entro 50 chilometri. Questa volta a convalidarli sarà la Diputación Permanente, l'organo che sostituisce l'aula a Camere sciolte, dove i seggi sono ripartiti in proporzione ai gruppi e Junts, che al Congresso ne vale 7, ne ha uno solo. Il voto deve arrivare entro 30 giorni dalla pubblicazione, e le tutele bocciate il 2 ottobre dovrebbero così entrare in vigore lo stesso, in piena campagna elettorale.

Due Paesi, due crisi diverse

La differenza di fondo è semplice: in Spagna le case mancano, in Italia per lo più ci sono ma non sono accessibili. La Banca di Spagna calcola un deficit di circa 700.000 abitazioni, metà del quale concentrato fra Madrid, Barcellona, Valencia, Alicante e Malaga, mentre il resto del Paese è meno interessato dal fenomeno; l'affitto di un monolocale assorbe il 98,7% dello stipendio netto di un giovane lavoratore, e solo il 14,5% dei ragazzi fra i 16 e i 29 anni vive fuori dalla famiglia, il dato più basso mai registrato. In Italia, invece, Nomisma conta 1,5 milioni di famiglie in grave disagio abitativo e altri 2,5 milioni in difficoltà meno acuta ma reale, a fronte di 4,5 milioni di immobili vuoti o sottoutilizzati, e il disagio è diffuso ovunque: al Sud e nelle isole il 41% delle famiglie spende per abitare più del 30% del reddito, nei grandi Comuni il 38%.

Su una cosa i due Paesi si somigliano, ed è la più grave: l'edilizia residenziale pubblica quasi non esiste. In Spagna vale fra l'1,5 e l'1,7% del patrimonio abitativo, in Italia poco più del 2%, mentre in Francia arriva al 12%. Da noi oltre 650.000 famiglie restano in graduatoria, e 61.300 alloggi popolari sono vuoti perché aspettano la manutenzione.

Diverso è anche chi possiede le case in affitto. In Spagna 6 su 10 appartengono a chi ne ha più di una, sommando privati con più immobili e società: un tetto ai canoni interviene dunque su chi dall'affitto ricava un reddito d'impresa. In Italia le società ne possiedono appena il 13%, e i 2,8 milioni di locatori privati hanno in media un appartamento ciascuno. La media però nasconde chi ne ha dieci e chi ne ha uno solo e la ricchezza immobiliare resta concentrata, visto che il 20% delle famiglie più abbienti detiene il 59% del valore; ma quella concentrazione è fatta di persone, non di fondi, ed è questo a cambiare l’efficacia degli strumenti possibili. Il braccio di ferro spagnolo, del resto, da noi non sarebbe possibile: la legge 431 del 1998 vale per tutto il Paese e le Regioni non hanno spazio di manovra, sicché nessun governo può essere boicottato dai territori né nascondersi dietro di loro.

Inoltre in Spagna c’è una pressione speculativa non comparabile con la situazione italiana: gli stranieri comprano fra il 18 e il 19% delle case vendute ogni anno, con punte del 43% ad Alicante, e gli affitti turistici sfiorano le 400.000 unità, fino a coprire il 90% delle abitazioni in alcune zone di Malaga e delle isole. Qui sta il punto che smonta l'obiezione ideologica di "attacco alla proprietà privata". In Spagna i decreti bocciati colpivano gli acquisti speculativi dei fondi e gli affitti turistici, cioè ciò che spinge i prezzi, e difendere "la proprietà" in quel contesto significa difendere le società, non le famiglie. In Italia lo stesso slogan protegge un mercato fatto di piccoli e medi proprietari, che da misure come la garanzia contro la morosità o il recupero del patrimonio pubblico avrebbero solo da guadagnare. La difesa a oltranza della proprietà protegge cose diverse nei due Paesi, ma purtroppo in nessuno dei due protegge chi una casa la cerca e ha un reddito medio basso.

Il piano casa approvato dal governo italiano a luglio punta proprio ai 60.000 alloggi pubblici inagibili, ma stanzia 970 milioni in cinque anni, circa 16.000 euro ad alloggio, e consente di vendere parte del patrimonio senza obbligo di reinvestire nella casa. I sindacati degli inquilini lo giudicano inadeguato, e i conti danno loro ragione: secondo Federcasa rimettere a norma un alloggio costa in media 31.000 euro, con punte oltre i 50.000, sicché con quelle risorse se ne recupera meno della metà.

L'ordine delle priorità andrebbe poi rovesciato. Sull'imposta immobiliare un euro su cinque non viene versato, e l'evasione sugli affitti cresce con le piattaforme turistiche; solo da poche settimane l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza dispongono di una banca dati che mappa gli annunci casa per casa, e c'è da sperare che usarla significhi recuperare gettito da destinare alle case che mancano.

C'è un terreno su cui la Spagna ha fatto la scelta giusta che il governo italiano continua a eludere, e i risultati si leggono in bolletta. Le rinnovabili coprono ormai quasi il 60% della generazione elettrica spagnola e il gas fissa il prezzo dell'elettricità solo nel 15% delle ore, contro l'89% dell'Italia, dove il gas produce ancora quasi la metà dell'elettricità. Nella prima metà del 2025 l'energia all'ingrosso è costata 62 euro al megawattora in Spagna e 127 in Italia, esattamente il doppio. Per una famiglia il costo dell'abitare non è solo l'affitto, è l'affitto più la bolletta: liberarsi dal gas abbassa la seconda voce in modo stabile, mentre gli sconti sulle accise e i tetti volontari dei petrolieri durano qualche settimana. Chi rallenta la transizione energetica dicendo di voler contenere i prezzi o proteggere i proprietari da obblighi esosi, ottiene l'effetto opposto. Se si accelera e si investe nella qualità del costruito anche la pressione sulle famiglie può diminuire.

Che fare allora? Quattro possibili strade:

La prima è recuperare invece di costruire. Le 18 organizzazioni dell'Osservatorio nazionale sulle politiche abitative, fra cui Caritas, Legambiente, Cgil, Cisl e Uil, propongono di rimettere in uso il patrimonio abbandonato, pubblico e privato, risparmiando anche suolo, di rafforzare la contrattazione sul canone concordato e di togliere i vantaggi fiscali a chi tiene le case sfitte: un pacchetto che sulla parte fiscale porterebbe entrate allo Stato.

La seconda non chiede risorse nazionali nuove, perché i soldi potrebbero arrivare in gran parte dall'Europa. Il Fondo sociale per il clima, alimentato dai proventi dell'ETS2, il mercato delle emissioni esteso a edifici e trasporti, assegna potenzialmente all'Italia 9,3 miliardi, e il Piano sociale per il clima è il documento con cui si decide come spenderli: all'edilizia ne destina 3,3, di cui 1,95 alle case popolari, con contributi fino al 65% per infissi, pompe di calore e fotovoltaico e sportelli che accompagnano le famiglie invece di lasciarle sole davanti a una detrazione. È il contrario del Superbonus al 110%, perché non pesa sulla fiscalità generale e arriva a chi ne ha bisogno. Due cose vanno però sistemate: a Bruxelles l'ETS2 è stato rinviato al 2028 e le risorse non arriveranno se non viene applicato, pur con un anticipo di 3 miliardi aperto dalla Banca europea per gli investimenti; a Roma, perché il piano andava trasmesso entro giugno 2025 e non è ancora stato presentato, lasciando ferme risorse notevoli. Nel merito, infine, la bozza di piano italiano esclude dalle spese ammissibili il cappotto termico, che è l'intervento con l'effetto più incisivo sulla bolletta.

La terza è la via di mezzo fra inquilino e proprietario, già sperimentata in Italia. Milano Abitare, l'agenzia sociale per la locazione del Comune, garantisce ai proprietari i mancati pagamenti fino a 18 mesi e offre fino a 8.000 euro a chi ritira uno sfratto e firma un canone concordato, mentre agli inquilini dà microcredito e piani di rientro; in cambio il canone resta fra il 20 e il 30% sotto il mercato. Agisce esattamente sulla paura della morosità che tiene vuoti 60.000 appartamenti privati in città, senza tetti imposti per decreto. Con una dotazione di circa 7 milioni è arrivata però a poche centinaia di contratti l'anno: agenzie simili esistono a Torino e a Bologna, e portarle a sistema con fondi adeguati dovrebbe diventare una priorità.

La quarta guarda a Vienna, dove il 60% degli abitanti vive in una casa comunale o sovvenzionata e l'affitto costa circa 420 euro per 60 metri quadri. E’ il frutto di un secolo di scelte politiche avviate nel 1923, e si regge su due ingranaggi: un contributo dell'1% sui salari, metà a carico del datore di lavoro, e un fondo pubblico che compra i terreni e presta a tassi bassi a cooperative obbligate a reinvestire gli utili. Il limite di reddito è alto, lo soddisfa il 75% dei viennesi, ed è questo il punto: la casa pubblica serve anche al ceto medio. Da noi non sono trasferibili gli alloggi, che chiederebbero decenni, ma quei due ingranaggi sì: una fonte di finanziamento dedicata e stabile, che potrebbero essere i proventi del mercato delle emissioni, il recupero dell'evasione immobiliare, e il controllo pubblico dei suoli, cioè Comuni che invece di vendere il patrimonio lo conferiscono a operatori vincolati a canoni calmierati.

Con la revisione recentemente fatta della politica di coesione, l'alloggio accessibile è diventato una delle priorità su cui riorientare fondi europei non ancora spesi: l'Italia ne ha riprogrammati oltre 7 miliardi, in gran parte verso competitività e difesa, ma più di 1 è andato alla casa, portando a oltre 3,1 miliardi le risorse di coesione impegnate sul fronte abitativo. Possono già finanziare costruzioni, ristrutturazioni e riconversioni di edifici non residenziali, e fra i beneficiari ci sono i Comuni e le aziende che gestiscono le case popolari.

La scelta è se impiegarli tutti per riaprire i 61.300 alloggi vuoti e rendere efficienti quelli abitati, costruendo intanto la rete di agenzie che riporta sul mercato le case sfitte, oppure disperderli in misure che si notano a ottobre e svaniscono a maggio, magari dopo le elezioni. In Spagna la destra ha potuto fermare tutto usando prima le Regioni e poi il Parlamento, e Sánchez scommette oggi di riconquistare consenso proprio insistendo sul superamento di quella scelta della destra nazionalista. In Italia quell'alibi non esiste, e la decisione sta per intero nelle mani di chi governa e, in prospettiva, di chi si candida a governare.

QUESTO ARTICOLO é STATO PUBBLICATO SU STRISCIA ROSSA ecco cotto e mangiato https://www.strisciarossa.it/emergenza-casa-ma-quale-attacco-alla-proprieta-privata-litalia-non-e-la-spagna-ma-ha-bisogno-di-scelte-sociali/

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