Il 17 luglio la vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, con il commissario al Clima Wopke Hoekstra e quello all'Energia Dan Jørgensen, hanno presentato la riforma del mercato del carbonio (ETS) e il Piano d'azione per l'elettrificazione. Non è un caso: sono le due facce della stessa scommessa, rendere l'energia pulita più conveniente e accessibile di quella fossile per imprese e famiglie. Ma mentre l'elettrificazione prova a chiudere il divario di prezzo abbassando le tasse sull'elettricità, l'ETS lo riapre dall'altro lato, rendendo un po' più conveniente inquinare più a lungo: sono due mosse che dovrebbero sommarsi e in parte si annullano. Vediamo perché.
Oggi solo il 23% dell'energia che l'Europa consuma, riscaldamento, trasporti, industria, è prodotta attraverso l'elettricità. Il resto sono combustibili fossili bruciati direttamente: la caldaia a gas, il motore a benzina, l'altoforno a gas. La Commissione vuole aumentare la quota di produzione elettrica al 46% entro il 2040.
L'elettrificazione è la leva decisiva per liberarsi dai fossili. Un motore a benzina, per quanto migliorato, brucerà sempre benzina: lo si può rendere più efficiente, ma non pulito. L'elettricità invece cambia natura a seconda di come viene prodotta. Se una centrale a gas viene sostituita da un parco eolico, tutto ciò che è collegato alla rete diventa più pulito nello stesso momento: elettrificare e pulire la rete possono e devono procedere insieme. C'è anche un guadagno di efficienza diretto: un motore elettrico disperde una frazione minima dell'energia che consuma, contro oltre metà di un motore a combustione; una pompa di calore produce 3-4 unità di calore per ogni unità elettrica, una caldaia a gas al massimo una. Elettrificare significa quindi anche consumare meno energia in totale, non solo produrre energia più pulita.
È realistico? In Italia molti, Confindustria in testa, dicono che i tempi sono troppo stretti. Ma è vero, o sarà che i nostri ritardi indubbi sono il prodotto di scelte politiche che continuano ancora oggi e che proprio non riescono a pensare che sia possibile un mondo senza fossili? Eppure il costo delle batterie è calato di oltre il 90% dal 2010, la capacità di accumulo mondiale è aumentata di dieci volte dal 2021, e le ultime aste Terna per lo stoccaggio (MACSE) si sono chiuse sotto il costo preventivato. La transizione già funziona peraltro: la California, che tre anni fa dipendeva dal gas per i picchi serali, oggi li copre in gran parte con il solare accumulato di giorno.
Ma per riuscirci bisogna anche rendere l'elettricità più conveniente del gas, cosa che oggi non è, specialmente in Italia. Lo ammette la Commissione stessa nel suo Piano: in media l'elettricità costa quasi il triplo del gas per le imprese e 2,5 volte per le famiglie, con un divario che sale fino a 4,5 volte se si guarda solo al carico fiscale (studio Trinomics, commissionato dalla stessa Commissione). La Direttiva sulla tassazione energetica, che dovrebbe correggerlo, richiede l'unanimità per essere approvata ed è perciò bloccata da cinque anni, per il veto di chi vuole mantenere gli sconti fiscali sui fossili. La Commissione ha trovato una strada alternativa: modificare il Regolamento sul mercato elettrico, che si vota a maggioranza qualificata, obbligando gli Stati a tassare sempre l'elettricità meno del gas; ma bisognerà capire se troverà la maggioranza per farlo.
Detto questo, ci sono tre limiti seri, segnalati con forza da chi pure accoglie il piano con favore.
Primo: l'obiettivo è “neutro rispetto alla tecnologia”, non specifica da dove deve venire l'elettricità. Quindici governi hanno già chiesto un “obiettivo di energia pulita” che parifichi nucleare e rinnovabili. Ma il nucleare non è rinnovabile né pulito in senso stretto: non emette CO2, ma produce scorie eterne e comporta rischi, e i nuovi reattori costano molto più delle rinnovabili, metà del combustibile arriva ancora da Russia e alleati, e i piccoli reattori modulari restano più sulla carta che sul mercato. Il rischio è che molti fondi pubblici finiscano lì, mentre rinnovabili ed efficienza, opzioni già sul mercato e funzionanti, perdano priorità e sostegno per decisione politica e ideologica più che per necessità tecnologica.
Secondo: elettrificare senza guardare a chi consuma può essere controproducente. Un data center non produce elettricità, la consuma. L'Irlanda risulta il paese che elettrifica più in fretta d'Europa, ma solo perché i data center assorbono già un quarto della sua elettricità: su una rete congestionata, quel picco viene spesso coperto con nuove turbine a gas, non con rinnovabili. L'Irlanda “vince” la statistica e “perde” sulla decarbonizzazione reale.
Terzo: un target nazionale unico nasconde squilibri enormi tra settori: un paese può centrarlo elettrificando case e trasporti mentre l'industria resta dipendente dal gas, o viceversa. Servono obiettivi distinti per edifici, trasporti, industria, non solo una media. E mancano i soldi: 36 miliardi in meno del necessario per le pompe di calore UE al 2030 (I4CE), 198 miliardi l'anno necessari solo per elettrificare i trasporti.
Altro dato da tenere a mente: la stessa Valutazione di impatto della Commissione del 2024 indicava il 50% come coerente con la neutralità climatica al 2050. La proposta finale si è fermata al 46%, e per di più “indicativo”, non vincolante; cogenza che dovrebbe (ma non è sicuro) arrivare solo con il pacchetto Energia post-2030 previsto per fine anno.
L'ETS obbliga le grandi industrie e centrali a comprare permessi per ogni tonnellata di CO2 emessa, con un tetto che scende ogni anno: ha già tagliato le emissioni dei settori coperti del 50% dal 2005. Ma è molto importante considerare che i suoi effetti non riguardano solo l'industria: hanno un impatto su tutta la società. Finanzia tecnologie pulite per tutta l'economia tramite il Fondo per l'Innovazione da 38 miliardi, e i suoi benefici vanno oltre la competitività industriale: meno inquinanti nell'aria, un Fondo Sociale per il Clima che dal 2027 sosterrà le famiglie più fragili, meno gas importato dall'estero. Non sono aspetti da sottovalutare.
L'elettrificazione è molto facilitata se il prezzo del carbonio spinge davvero fuori i fossili. Qui la riforma ETS, presentata lo stesso giorno, rischia di remare contro.
Il tetto scenderà più lentamente: dal 4,3% attuale al 3,7% (2031-35) e all'1,7% (2036-40). Con la vecchia traiettoria le emissioni permesse sarebbero arrivate a zero nel 2039; ora ci si arriva solo tra il 2046 e il 2048, quasi un decennio dopo. È più permissivo di quanto chiedeva il fronte “ETS-friendly” di sette Stati (4,4%), meno di quanto chiedeva il fronte Italia-Polonia (2-2,4%). Il modelling della stessa Commissione stima queste concessioni in 911 milioni di tonnellate di CO2 aggiuntive al 2040 rispetto alla legge attuale — una cifra della Commissione stessa, non una stima esterna. E quella cifra fotografa solo il 2040: un'analisi indipendente uscita il 19 luglio, che ricostruisce l'effetto della nuova traiettoria fino al suo azzeramento (2046-48), stima in circa 2,4 miliardi di tonnellate le quote aggiuntive rese disponibili sull'intera vita del nuovo tetto — un dato che nessun documento della Commissione ha reso esplicito.
Le quote gratuite hanno ora una condizionalità reale, ma con una crepa: l'80% arriva solo con un piano di investimento verificato, il 20% solo a fine periodo se l'investimento è stato realizzato; ma il 10% degli impianti più efficienti di ogni settore ne è esentato. In parallelo, la Commissione reintroduce il 15% delle quote gratuite già tolte ai settori CBAM, rallentandone il phase-out fino al 2038: proprio i settori che dovrebbero passare dalla protezione interna a quella di frontiera ottengono entrambe più a lungo. Uno studio CE Delft (per Carbon Market Watch) calcola che tra il 2008 e il 2019 le quote gratuite hanno generato 26-46 miliardi di euro di extraprofitti per l'industria europea: attenzione non investimenti, margine intascato; la sola siderurgia: 16 miliardi. Le lamentele di Confindustria su un ETS “che condanna l'industria” vanno lette alla luce di questi numeri.
Un punto forse meno visibile ma importante: la Market Stability Reserve finora cancellava definitivamente i permessi in eccesso oltre una soglia (3,2 miliardi cancellati entro il 2024, più del doppio delle emissioni annue coperte dall'ETS). La proposta ferma questa cancellazione e dimezza il tasso di ritiro dal mercato, dal 24% al 12%: più permessi restano disponibili proprio mentre il tetto si restringe.
C'è pero’ anche una specie di salvaguardia: fino a 260 milioni di tonnellate di crediti internazionali potranno compensare il tetto interno, ma con revisione nel 2033: se i crediti di qualità non bastano, il ritmo torna automaticamente più severo (2,7% dal 2036).
Sul vincolo di spesa: la legge attuale già richiede il 100% delle entrate ETS per finalità clima-energia, ma la categoria è così ampia da lasciare tutto alla discrezionalità nazionale; l'Italia ha incassato 2,59 miliardi nel 2025 e restituito alle imprese energivore solo 600 milioni. La novità è restringere le categorie ammesse, con almeno il 50% su priorità precise e un obbligo di rendicontazione pubblica, ma per ora senza sanzioni finanziarie previste. Resta fuori da questo conteggio un'altra rete di protezione industriale, distinta da quote gratuite e CBAM: la Direttiva ETS permette da anni agli Stati di usare fino al 25% delle entrate per rimborsare alle imprese energivore i costi indiretti, cioè l'elettricità più cara per via del carbon pricing. Il 20 luglio, tre giorni dopo la proposta di riforma, la Commissione ha approvato l'ampliamento dello schema italiano di questo tipo, da 1,5 a 3,6 miliardi di euro complessivi, con il tetto annuale che sale da 140 a 600 milioni: non un'anomalia italiana, ma l'adeguamento a linee guida UE già ampliate dalla Commissione stessa a dicembre 2025 (l'Italia, peraltro, ne ha storicamente usufruito meno di Germania e Francia). Resta il punto di fondo: per l'industria energivora esistono già almeno tre reti di protezione insieme — quote gratuite, CBAM e rimborso dei costi indiretti — e nessuna delle tre rientra nel calcolo di quel 50% che si vorrebbe vincolare alla transizione. Varrebbe la pena che chi si continua a lamentare ne tenesse il debito conto.
Infine, un punto positivo: l'estensione agli inceneritori (2031-2034, fino al 100%) che ha una logica solida: oggi bruciare rifiuti sfugge al costo del carbonio, distorcendo la concorrenza a sfavore del riciclo. Le entrate sono destinate agli enti locali per riduzione e riciclo. Anche l'EEB, molto critico sul resto della riforma, la accoglie con favore, pur se resta a rischio nella procedura legislativa che seguirà.
La proposta non è forse ancora un “disastro” per il clima e non è certamente la “condanna dell'industria” lamentata da Confindustria. Ma siamo in piena emergenza climatica, e ogni passo indietro ha un costo reale. Soprattutto, le due proposte paiono contraddirsi su due meccanismi precisi.
Primo: l'elettrificazione vuole rendere il gas più caro dell'elettricità per legge (tassazione); l'ETS vuole renderlo più caro perché inquina, ma con un tetto più lento e più permessi in circolazione il prezzo della CO2, e quindi del gas, resterà basso più a lungo di quanto il piano di elettrificazione presuppone.
Secondo: il piano fissa la scadenza 2040 per il 46%, ma l'ETS azzera le emissioni solo nel 2046-48: il segnale di prezzo che dovrebbe accompagnare la transizione arriva sistematicamente in ritardo rispetto agli obiettivi che dovrebbe sostenere. Come nota CAN Europe, un LRF più permissivo scarica inoltre parte del peso su settori fuori dall'ETS, come l'agricoltura. Oppure, rischio ancora più reale, i target rischiano semplicemente di non essere rispettati. Anche perché il pacchetto Energia post-2030, previsto per fine anno, che dovrebbe riconsiderare target e obblighi per efficienza energetica e rinnovabili, e sancire il target vincolante per l'elettrificazione, è già sotto pressione in questo contesto politico: come abbiamo visto, la stessa alleanza di governi filo-nucleare che a giugno voleva derubricare le rinnovabili ora chiede un “clean energy target” che assorba anche CCS e gas “a basse emissioni”, diluendo gli obiettivi con tecnologie più costose e meno efficaci. E l'efficienza energetica, l’opzione più rapida ed efficace, rischia ancora una volta di restare la meno tutelata quando si tratterà di tradurre le intenzioni in obblighi vincolanti.
Ora la proposta entra in codecisione tra Parlamento e Consiglio, con l'obiettivo di chiudere entro il primo trimestre 2027 ed entrare in vigore nel 2028. I prossimi sei-nove mesi decideranno se il sistema resta un compromesso ragionevole o verrà smontato pezzo per pezzo.
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