Le recenti dichiarazioni a Davos del presidente Donald Trump sulla Groenlandia segnano un parziale aggiustamento di tono, ma non di sostanza. Dopo aver evocato nei giorni e settimane scorse ipotesi di acquisizione e strumenti più o meno coercitivi, Trump ha escluso l’uso della forza e ridimensionato l’idea dei dazi per quei paesi che avevano partecipato all’esercitazione in loco, sostenendo adesso che la questione non riguardi tanto le risorse, bensì la sicurezza di “un pezzo di ghiaccio” strategicamente cruciale. Ha anche suggerito che un’intesa potrebbe essere trovata nell’ambito della NATO e che anzi già ci sarebbe uno schema di accordo dopo una conversazione con Mark Rutte, di cui però si sa ancora poco e nulla. Questa riformulazione non pare rendere la sua posizione più sostenibile. Al contrario, sposta in parte il dibattito su un terreno — quello della sicurezza — dove l’argomento è ancora più fragile. Dal punto di vista militare, la Groenlandia è infatti già pienamente integrata nell’architettura di sicurezza occidentale. Attraverso la Danimarca, fa parte della NATO, e gli Stati Uniti dispongono da decenni di un accesso militare diretto e strategicamente decisivo. La base di Pituffik (ex Thule Air Base) garantisce capacità fondamentali di allerta missilistica, sorveglianza spaziale e controllo dell’Artico. In termini operativi, Washington possiede già ciò che serve per la difesa del Nord Atlantico, e potrebbe rafforzarli senza bisogno di modificare assetti di sovranità.
L’idea che la NATO possa diventare il veicolo per “trovare un accordo” sulla sovranità della Groenlandia è giuridicamente impropria e politicamente destabilizzante. L’Alleanza non è una sede per negoziare controllo territoriale tra alleati. Non sorprende quindi che questa impostazione abbia suscitato reazioni di forte irritazione tra diversi esponenti politici groenlandesi, che l’hanno percepita come un tentativo di aggirare le istituzioni democratiche locali. Più che rafforzare la sicurezza, una simile pressione produrrebbe instabilità politica, conflitto interno e perdita di fiducia, riducendo la cooperazione in una regione già sensibile.
Accanto alla dimensione politica e di sicurezza, non bisogna mai perdere di vista l’interesse economico per il Presidente Trump che contribuisce a spiegare in parte anche l’origine della sua insistenza sulla Groenlandia. È ampiamente riportato che Ronald Lauder, miliardario statunitense, amico personale e sostenitore politico di Trump, abbia avuto un ruolo nel promuovere l’idea di una maggiore presenza americana sull’isola. Lauder è indicato come uno dei primi ad aver suggerito a Trump la rilevanza strategica della Groenlandia e ha effettuato investimenti in attività legate alle risorse idriche e all’energia, in particolare in iniziative locali nel settore dell’acqua e in progetti connessi allo sviluppo energetico. Parallelamente, altri grandi patrimoni internazionali hanno manifestato un interesse esplorativo e ancora non strutturato verso le potenzialità minerarie e infrastrutturali della Groenlandia, senza che ciò si sia tradotto finora in operazioni concrete o di scala significativa. È infatti importante chiarire che non esiste alcuna evidenza che Lauder — o altri miliardari — stiano “comprando la Groenlandia”, né che possano farlo. Gli investimenti privati sono sottoposti alle leggi groenlandesi, alle valutazioni ambientali, alle consultazioni pubbliche e, soprattutto, al consenso politico locale. E comunque anche capitali molto ingenti non possono aggirare i vincoli strutturali, politici e climatici che caratterizzano l’isola.
La Groenlandia possiede effettivamente un’eccezionale ricchezza geologica. Le indagini indicano la presenza di 25 delle 34 materie prime critiche dell’Unione Europea, e la Groenlandia meridionale ospita alcuni dei più grandi giacimenti non sviluppati al mondo di terre rare, essenziali per i veicoli elettrici, le turbine eoliche e l’elettronica avanzata. In termini volumetrici, il potenziale potrebbe rappresentare fino al 20% delle riserve globali, anche se solo una parte è economicamente e politicamente sfruttabile.
Il giacimento di Kvanefjeld/Kuannersuit contiene circa 11,1 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, ma anche circa 270.000 tonnellate di uranio, rendendo i due elementi inseparabili dal punto di vista geologico. Altri progetti, come Tanbreez e Kringlerne, presentano livelli di radioattività più bassi, ma restano in fase pre-commerciale. La Groenlandia dispone inoltre di importanti risorse di metalli di base, in particolare circa 340 milioni di tonnellate di zinco a Citronen Fjord, e di bacini offshore stimati contenere 30–50 miliardi di barili equivalenti di petrolio, in gran parte inesplorati. Nonostante questa base di risorse, la produzione effettiva rimane minima. Oggi sono operative solo una o due piccole miniere, che producono principalmente zinco e piombo. Non esiste alcuna produzione commerciale di terre rare, uranio o idrocarburi, anche se il nuovo governo sta considerando come sfruttare meglio alcune delle sue risorse minerarie.
Le ragioni sono innanzitutto strutturali. La Groenlandia non dispone di una rete stradale che colleghi città e siti minerari; tutta la logistica dipende dal trasporto aereo e marittimo, con solo tre o quattro mesi all’anno di navigazione affidabile senza ghiaccio. La forza lavoro è altamente specializzata, ma ridotta. I grandi progetti minerari richiedono in genere da uno a cinque miliardi di euro di investimenti iniziali, mentre l’approvvigionamento energetico rimane limitato e in larga parte basato sul diesel.
Di conseguenza, anche in condizioni politiche favorevoli, i tempi sono lunghi. Dalla concessione della licenza alla prima produzione, occorrono almeno cinque-dieci anni per progetti relativamente semplici, mentre quelli più complessi possono richiedere quindici anni o più. La politica interna rafforza ulteriormente questi vincoli. Il dibattito sull’estrazione è legato all’autosufficienza economica e alla prospettiva di indipendenza dalla Danimarca, che oggi finanzia circa l’80% del bilancio pubblico groenlandese, pari a circa 600 milioni di euro. Tuttavia, l’opinione pubblica continua a privilegiare la tutela dell’ambiente, la salute, la pesca e i mezzi di sussistenza tradizionali. Le elezioni parlamentari del 2021 hanno reso esplicita questa priorità, portando al potere Inuit Ataqatigiit con il 37% dei voti e introducendo il divieto di estrazione di uranio e minerali ad alta radioattività, fissando una soglia di 100 parti per milione. Con concentrazioni stimate tra 250 e 350 ppm, il progetto Kvanefjeld è stato di fatto bloccato. Le elezioni del 2025 che hanno dato la maggioranza al Partito di opposizione di centro-destra dei Democratici non ha ribaltato questa scelta. L’arrivo di una autorità esterna sulla Groenlandia provocherebbe certamente una forte resistenza interna, contenziosi legali e una mobilitazione politica prolungata. Anziché facilitare l’accesso alle risorse e la sicurezza, una simile mossa aumenterebbe i conflitti, rallenterebbe le autorizzazioni, scoraggerebbe gli investimenti di lungo periodo e aumenterebbe i premi di rischio. Le ripercussioni internazionali renderebbero il quadro ancora più complesso.
Il cambiamento climatico accentua questi dati di fatto. Lo scioglimento dei ghiacci viene spesso presentato come una scorciatoia verso un rapido sfruttamento della Groenlandia, ma è in gran parte un’illusione. Le rotte artiche sono oggi percorribili solo due–quattro mesi l’anno e, anche negli scenari più ottimistici, un Artico ampiamente libero dai ghiacci in estate diventa plausibile solo tra il 2040 e il 2050. Nel frattempo, la calotta glaciale groenlandese — 2,9 milioni di km³ di ghiaccio, pari a circa sette metri di innalzamento del livello globale del mare — continua a ridursi a ritmi crescenti: gli scenari ad alte emissioni indicano perdite di 1.000–1.700 gigatonnellate l’anno entro il 2100, con effetti diretti sul livello del mare e sulla circolazione dell’Atlantico settentrionale. Per i groenlandesi, il cambiamento climatico è già una realtà che incide su coste, pesca e pratiche tradizionali.
Per l’Unione Europea e per i partner che condividono una visione simile, il vantaggio competitivo non risiede ovviamente nella pressione o nella proprietà, ma nella partnership. Sostenere catene di approvvigionamento credibili e ad alto standard ambientale per minerali selezionati, offrire accordi di acquisto a lungo termine, strumenti di riduzione del rischio, formazione e investimenti infrastrutturali è molto più efficace che inseguire scorciatoie geopolitiche. Altrettanto importante è riconoscere le istituzioni della Groenlandia come partner di governance con un effettivo potere di veto, coinvolgendo direttamente la società civile, con visite, iniziative comuni e gemellaggi di città europee e della Groenlandia.
Insomma. né la sicurezza, né le risorse, né i tempi giocano a favore di una strategia di eccessiva pressione. La proprietà non si tradurrebbe in accesso, ma in attrito e conflitto. Anche in Groenlandia contano più il consenso democratico, la fisica del clima e i tempi dell’economia reale che le intenzioni bellicose.
Da questa situazione si può trarre un insegnamento importante, che l'UE dovrebbe tenere in grande considerazione. I groenlandesi stanno articolando un modello di sviluppo cauto, selettivo e basato sull'ambiente, non per ideologia, ma per esperienza vissuta, cultura e calcolo a lungo termine. Danno priorità alla governance, al consenso sociale e alla responsabilità climatica rispetto alla proprietà e al volume. Per i partner esterni, in particolare in Europa, questo non dovrebbe essere un ostacolo, ma una guida. Le risorse della Groenlandia potrebbero svolgere un ruolo nelle future catene di approvvigionamento, in particolare per i minerali critici e la logistica artica, ma solo attraverso la partnership, il rispetto dell'autorità locale, l'accettazione dei limiti climatici e la coerenza con gli obiettivi di decarbonizzazione concordati. In un mondo segnato da emergenza climatica e conflitti sempre più violenti, questo tipo di approccio è l’unico che dà speranza e può funzionare.
Monica Frassoni
22/01/2026
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