Il caso del g
ioielliere Roggero: quando la politica manipola un brutto fatto di cronaca per giustificare violenza privata e una idea sbagliata di sicurezza.
Ho cercato in rete le immagini dei rapinatori uccisi dal gioielliere Mario Roggero. Avrò cercato male, ma non le ho trovate. Perché quelle persone non contano. La campagna scatenata dalla destra di goberno in difesa di un uomo che rincorre e uccide due persone in fuga, che non costituivano più una minaccia, e ne prende una a calci, fa paura. Anche se erano rapinatori, e quindi da condannare, ma non a morte, e non per mano di un privato cittadino. Fa paura e sorprende la campagna di Giorgia Meloni, che non è un’attivista ma la presidente del Consiglio, che nei giorni scorsi ha scritto sui social: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto», annunciando che il nuovo ddl Sicurezza impedirà a chi commette un reato di chiedere un risarcimento. E il 19 luglio, in un'intervista al Corriere della Sera, è andata oltre: ha difeso la richiesta di grazia a Roggero, ha parlato di "pena sproporzionata" paragonandola a condanne per pedofilia e stupro di gruppo, e ha messo in dubbio la stessa capacità di intendere dell'uomo al momento dei fatti, nonostante i giudici, sulla base dei video, abbiano escluso la legittima difesa qualificando l'azione come giustizia privata. E qui viene il punto che più mi inquieta: il pentimento, dove sarebbe? Arrivato davanti al carcere di Bollate, a Roggero è stato chiesto se si pentisse. La risposta: «Certamente, col senno di poi... però bisogna trovarsi in quella situazione”. E lo stesso giorno l'uomo ha rincarato: «Ha graziato lo scafista che ha ammazzato trenta persone, ha graziato la Minetti, penso che Mattarella dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza». Accostare in una frase sola uno scafista e Nicole Minetti, paragonabili al proprio caso, e soprattutto richiamare la “coscienza” da parte di qualcuno che ha comunque ammazzato due persone fa rabbrividire ed è il linguaggio di chi non sente di avere fatto nulla di male.
D’altra parte ha tutta la destra dalla sua parte. Meloni ha confermato di aver dato lei stessa il via libera al ministro della Giustizia Nordio per avviare l'istruttoria sulla grazia, pur ammettendo che il potere resta esclusivamente del Quirinale. Salvini è andato a trovare Roggero in carcere per due giorni consecutivi. La moglie ha presentato formale richiesta di grazia a Mattarella. Tutto questo mentre la condanna è definitiva, confermata dalla Cassazione. Non è più un dibattito sulla proporzionalità delle pene: è una pressione istituzionale organizzata su un potere che la Costituzione affida solo al Capo dello Stato, costruita attorno a un uomo che ora si sente più forte e, appunto, nel giusto.
La campagna di manipolazione della realtà si regge anche sul paragone con Alaa Faraj Abdelkarim Hamad, condannato nel 2017 a trent'anni per la strage di Ferragosto 2015, in cui morirono 49 migranti asfissiati nella stiva. Aveva vent'anni ed era lui stesso un naufrago, non un membro dell'equipaggio. Il processo, definito da più testate "pieno di incongruenze", si basava su testimonianze raccolte a sbarco avvenuto; la Corte d'appello di Messina ha da poco accolto la richiesta di revisione. La grazia di Mattarella, arrivata dopo dieci anni di carcere, è stata solo parziale. Usare questa vicenda per giustificare un omicidio è propaganda davvero inaccettabile.
E per capire quanto sia selettiva questa indignazione, basta guardare a Milano: Zhou Shu e Chongbing Liu, nipote e zio, gestori cinesi di un bar già colpito da diverse rapine, hanno ucciso a colpi di forbice il ladro Eros Di Ronza mentre usciva strisciando dal locale, disarmato e già in fuga. Sono stati condannati a 17 anni, tre in più di quanto chiesto dalla pubblica accusa, perché i giudici hanno riconosciuto la stessa identica dinamica di Roggero: nessun pericolo attuale, nessuna proporzionalità tra difesa e offesa. Nessuna presidente del Consiglio è intervenuta in loro difesa. Nessun ministro si è adoperato per una grazia istantanea. Nessun vicepremier è andato a trovarli in carcere.
Questo doppio standard racconta una giustizia che non è più uguale per tutti, ma che si applica secondo convenienze politiche, propaganda e origini etniche. Ed è una pressione che, alla fine, danneggia anche Mario Roggero: lo trasforma da uomo segnato da una vicenda tragica in bandiera di una battaglia che ha, nella sua versione peggiore, un intento puramente populista e di raccolta di un consenso arrabbiato.
Ma proprio per questo non dobbiamo rinunciare a denunciare e rifiutare questo imbarbarimento di media, politica e opinione pubblica, sobillato da ricostruzioni farlocche dei fatti e da valori sbagliati.
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