Il vertice dei leaders al Castello di Alden Biesen: Merz/Meloni contro Draghi/Letta?

Articles 11 Feb 2026

Sapranno Draghi, Letta (ma anche Von Der Leyen e la SPD) resistere a MERZONI?

“MERZONI” è il soprannome dato all’asse Merz–Meloni e al loro non‑paper sulla competitività europea: un testo che, dietro la parola d’ordine della “semplificazione”, ridisegna in senso intergovernativo e deregolatore l’architettura dell’Unione. Il cuore dell’operazione è semplice: spostare potere dal livello europeo ai governi nazionali, usare la competitività come filtro per bloccare o annacquare norme ambientali e sociali, a vantaggio in particolare di grandi gruppi industriali e dell’industria in genere, e ridurre il ruolo politico della Commissione e comprimere quello del Parlamento europeo. Non è un’aggiunta neutra al dibattito su Draghi e Letta: è il tentativo di intestarsi la “competitività” svuotandola del contenuto e delle politiche comuni anche nel settore green e della transizione che i due ex premier italiani, pur con tutte le loro ambiguità, le attribuiscono.

Nel rapporto Draghi, la competitività non coincide con meno regole ma con più capacità comune: un bilancio europeo più robusto, strumenti condivisi per finanziare la transizione verde, il digitale, la difesa, completamento dell’Unione dei mercati dei capitali e un quadro regolatorio europeo più coerente. L’idea di fondo è che, in un mondo segnato da rivalità sistemiche, nessuno Stato membro può reggere da solo: serve una “vera unione” economica, con più poteri fiscali e di investimento a Bruxelles. Letta, nel suo “più che un mercato”, ragiona dalla prospettiva del mercato unico: non basta più coordinare 27 normative, bisogna costruire o completare regimi giuridici europei diretti per progetti strategici, startup, infrastrutture, e una governance comune capace di evitare frammentazione e dumping. Entrambi spingono verso un’Europa più integrata di fatto: meno veti, più strumenti comuni, più regole e risorse europee che prevalgono sulle logiche puramente nazionali. Assumono anche che la transizione verde non sia un optional: si può discutere di ritmo, mix di strumenti, compensazioni sociali, ma la strada resta quella del Green Deal come leva per competitività e autonomia, non come freno.

L’approccio di Meloni e Merz (a proposito che fine hanno fatto i socilademcratici tedeschi?) rovescia la prospettiva. Usa lo stesso vocabolario – competitività, semplificazione, efficienza – per proporre un assetto che rende strutturale il potere di blocco dei governi. La Commissione viene ricondotta al ruolo di esecutore tecnico delle priorità fissate dagli Stati membri, sorvegliata da nuovi filtri politici. Il Parlamento europeo è visto più come un intralcio che come motore democratico, di cui non viene riconosciuta la legittimità: meno spazio di iniziativa, meno possibilità di rafforzare standard ambientali e sociali, più pressione perché “non esageri” rispetto alla sensibilità dei governi e delle lobby industriali. Esempi che balzano subito in testa che hanno fatto infuriare soprattutto Merz sono stati il primo voto negativo del PE sulla revisione (anzi diciamo pure il blocco) delle direttive sulla rendicontazione ambientale e il deferimento alla Corte di Giustizia dell’accordo sul Mercosur. La “competitività” diventa cosi il criterio unico con cui giudicare ogni nuova regola: se “pesa” sulle imprese secondo criteri lasciati al giudizio dei governi, va ridotta o rinviata. Come hanno notato alcuni commentatori, questo trasforma la deregulation in una sorta di principio quasi “costituzionale”, una valvola di sicurezza sempre nelle mani degli esecutivi nazionali e ovviamente spezza il principio di uno spazio autonomo di potere europeo. Sul piano ecologico, significa aprire una nuova corsia preferenziale per lo smantellamento del Green Deal: standard ambientali riletti come “costi burocratici”, obiettivi climatici trasformati in variabili negoziabili caso per caso, con il rischio già visibile di un arretramento sistemico.

In questo schema, si inserisce la lettera di Ursula von der Leyen ai capi di Stato e di governo prima del ritiro nel castello belga. In quella lettera la Presidente della Commissione chiede ai leader di concentrarsi sull’attuazione dell’agenda economica, riconosce la necessità di “semplificare” e ridurre il gold‑plating (cioè la burocrazia aggiunta dai singoli Stati quando recepiscono le direttive), ma introduce un elemento politico non nuovo ma riaffermato con nuova convinzione: se non si riesce ad avanzare a 27, si deve usare senza timidezze la cooperazione rafforzata, permettendo a gruppi di Stati di andare avanti su competitività, transizione e difesa. È, di fatto, un’apertura a un’Europa a più velocità, tema non nuovo a Bruxelles e comunque di difficile realizzazione dato che per iniziarla ci vuole un voto unanime.

Vedremo. Ma é da tempo che l’unanimità e la paralisi a 27 impediscono qualunque salto in avanti; ma in assenza di un quadro complessivo e trasparente di riforma democratica e se questo tentativo tendenza si saldasse con le proposte del duo Merz/Meloni il rischio di un’Europa “a la carte” dove le norme europee sono un optional e non un obbligo sarebbe dietro l’angolo. Insomma, se ben usata come fu in parte il caso di Schengen, la cooperazione rafforzata può essere uno strumento per costruire  un gruppo di Paesi che accetta più regole comuni, più bilancio condiviso, più integrazione in settori chiave – energia, difesa, industria verde – e che può poi trascinare gli altri. Ma questo non ha nulla a che fare con la rinazionalizzazione delle politiche e degli strumenti finanziari in parte proposta dalla Commissione per le bilancio pluriannuale che trasformerebbero la UE in una specie di Bancomat, o con la sistematica “revisione” di normative esistenti o in via di applicazione promessa dalla Commissione, che introducono una instabilità regolamentare che non semplifica, anzi, fa confusione, come alcuni esponenti del mondo industriale già notano.

La lettera di von der Leyen, letta accanto ai rapporti Draghi e Letta, si colloca comunque in un solco diverso dall’Accordo Meloni/Merz. Non propone di svuotare Commissione e Parlamento, ma anzi difende il ruolo della Commissione come motore e invita il Parlamento a un atteggiamento costruttivo nella semplificazione normativa, “senza rinunciare agli obiettivi”. Su questo, io penso che la Commissione sbagli nell’ inseguire un’onda de-regolamentatrice che non è chiaro che vantaggi porterà neppure ai suoi stessi promotori e che renderà invece molto difficile realizzare gli obiettivi di decarbonizzazione e trasformazione del sistema energetico ed economico europeo che tutti dicono voler realizzare, rendendoci non più ma meno competitivi; per l’Europa, infatti,  ridurre le “dipendenze” significa soprattutto essere autonomi in campo energetico, e quindi puntare su rinnovabili, batterie, efficienza e accumuli, ma anche ridurre al massimo diseguaglianze economiche e squilibri sociali e territoriali, che già oggi stanno rendendo sempre più inquiete e divise le nostre società.

Sarà molto interessante vedere se la discussione di domani sarà l’occasione di fare uscire allo scoperto queste profonde differenze o se si sceglierà di fare finta che non esistano dietro la narrativa comune della competitività. È più che evidente comunque che c’è un convitato di pietra che resta del tutto escluso da queste dinamiche e queste discussioni. E sono i popoli europei, la società civile, che né nello schema “Merzoni”, né in quello di Draghi, e purtroppo neppure in quello di Von Der Leyen hanno una voce reale. Il “federalismo pragmatico” di Draghi non può essere solo una riforma tecnocratica della “competitività”: ha bisogno di una gamba democratica, sociale, attenta agli interessi dei cittadini  più forte e visibile; e alla fine  non si potrà veramente realizzare senza un cambio di maggioranze politiche e una riforma dei Trattati; che puo’ funzionare solo se preceduta da una forte mobilitazione e sensibilizzazione rispetto ai pericoli di un sistema sempre più “oligarchico”, sempre meno trasparente e, nonostante tutto, anche meno efficiente perché frammentato e diviso. Oggi questo obiettivo sembra lontano, ma in realtà credo che il fallimento dell’illusione intergovernativa e oligarchica nell’affrontare davvero le sfide che la UE ha di fronte sarà uno degli aspetti che dovremo utilizzare per costruire già da oggi una alternativa in vista delle elezioni del 2027 in Italia e del 2029 in Europa.  Per dirla con parole più “drammatiche”, il modo per sventare questi pericolosi piani nazionalisti è riprendere subito l’iniziativa costituente, mobilitare cittadini e imprese e prepararci a vincere le elezioni del 2027 e del 2029. Quelle elezioni devono diventare il mandato politico per una scelta a livello nazionale ed europeo: Parlamenti decisi a costruire una comunità federale, ecologica e democratica, o l’Europa scritta da Meloni/Merz.


 

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