La lezione delle elezioni municipali in Francia e a Monaco di Baviera per l’Italia

Articles 24 Mar 2026

La settimana scorsa l’Europa ha votato, in due paesi diversi, con risultati che meritano attenzione. In Francia si sono tenute le elezioni municipali. In Germania, a Monaco di Baviera, si è votato per il sindaco.

Monaco: il verde che parla di casa: A Monaco di Baviera, Dominik Krause dei Verdi ha vinto la sfida contro il sindaco uscente socialdemocratico Dieter Reiter con il 56,4% contro il 43,6%, mettendo fine a 42 anni di dominio ininterrotto della SPD. È una svolta storica. Come l’ha ottenuta? Andando all’incontro con i cittadini e parlando principalmente di casa, nell’ambito di una proposta molto ambiziosa dal punto di vista degli obiettivi climatici. Negli ultimi quindici anni gli affitti a Monaco sono aumentati in media del 50%. Krause ha fatto di questo il cuore della sua campagna, con proposte concrete: 50.000 nuovi alloggi a prezzi accessibili, di cui circa 10.000 ricavati dalla riconversione di uffici sfitti — ben 1,8 milioni di metri quadri di spazi commerciali vuoti in città — attraverso un’apposita agenzia municipale di riconversione. Ha proposto un sistema digitale di monitoraggio degli affitti speculativi, con una task force antiusura direttamente nell’ufficio del sindaco: la città, non il singolo inquilino, avrebbe preso l’iniziativa legale contro i proprietari in violazione delle norme. Ha anche promesso di riportare in vita spazi inutilizzati per cultura, startup e progetti sociali. Mobilità, piste ciclabili, trasporto pubblico, neutralità climatica al 2035: puntando sulla vita concreta dei monacensi, con piani di azione perfettamente coerenti con gli obiettivi di medio e lungo termine. Krause ha condotto una campagna capillare, spiegando la sua politica in video sui social, perfino in italiano per la grande comunità italiana di Monaco, distribuendo bretzel nei mercati e girando quartieri e locali. Reiter ha perso anche per errori personali: aveva taciuto al consiglio comunale i dettagli del suo ruolo come funzionario del Bayern München, poi aveva usato un termine razzista in aula cercando di giustificarsi con una citazione di un cabarettista. Dodici anni di governo percepiti come stagnanti hanno fatto il resto. La sera della sconfitta ha riconosciuto: “È colpa mia.” La morale è semplice ma importante: i Verdi possono vincere anche in tempi di crescente ecoscetticismo, quando parlano di problemi concreti della vita quotidiana, quando possono contare su una organizzazione efficiente, sono capillarmente presenti sul territorio e fra le persone; perdono quando vengono percepiti come un partito di idee astratte o di divieti imposti dall’alto. Krause é giovane, preparato, presente, simpatico. Ha fatto campagna porta a porta. E ha vinto.

Francia: i verdi tengono dove governano bene, perdono dove si isolano

Le elezioni municipali francesi raccontano un territorio molto frammentato, che decide più su logiche locali che nazionali, ma è indubbio che l’onda verde del 2020 che aveva portato gli ecologisti al governo in numerosissime città è parzialmente rientrata: i sindaci Verdi hanno perso Bordeaux, Strasburgo, Besançon, Poitiers e Annecy, ma hanno tenuto Lione, Grenoble e Tours, oltre ad avere ancora un ruolo di grande rilievo a Parigi. Le ragioni delle sconfitte sono istruttive, ma non sono tutte uguali. A Strasburgo la sindaca uscente Jeanne Barseghian era già debole al primo turno, appena il 19% contro il 25% della rivale socialista Catherine Trautmann, e l’alleanza con la sinistra radicale di LFI (la France Insoulmise di Jean-Luc Melenchon) al secondo turno ha allontanato l’elettorato di centro, consolidando il fronte avversario. Trautmann, ex sindaca socialista degli anni ’90, si era invece alleata con i centristi di Horizons: ha vinto con il 37% contro il 31,7% della verde uscente.

A Bordeaux il caso è diverso e più amaro. Pierre Hurmic era arrivato primo al primo turno, sembrava in posizione di vantaggio, e aveva il sostegno di PS, PCF e altri. Ha perso per due ragioni intrecciate: il rifiuto di allearsi con la lista di sinistra radicale eliminata al primo turno — il cui 9,4% sarebbe stato decisivo — e un candidato centrista che ha portato a sorpresa i suoi voti al rivale macronista. Risultato finale: 50,95% contro 49,05%. Novantasei voti di scarto. Ha perso per un filo, e le scelte di alleanza hanno pesato.

A Besançon la sindaca verde Anne Vignot ha invece scelto l’alleanza con LFI al secondo turno e ha perso comunque, travolta da una coalizione di destra unita. Il dilemma delle alleanze è reale: LFI è spesso indispensabile in termini di voti, ma l’alleanza dichiarata al secondo turno mobilita spesso l’elettorato moderato “contro”. Come ha detto con chiarezza un analista di Ipsos: “I Verdi fanno i conti con lo stesso paradosso dei socialisti: LFI è necessaria, ma pericolosa.”

Dove invece i Verdi hanno vinto o contribuito a vincere, la logica è sempre stata la stessa: coalizioni ampie, pragmatiche, attente alla giustizia sociale. A Lione il sindaco verde Gregory Doucet si è fatto rialleato con LFI tra i due turni ed è stato rieletto con il 51,1%, battendo di misura il candidato di destra dell’ex patron dell’Olympique Lyonnais. A Grenoble la candidata di sinistra ecologista ha vinto con il 56,6%, facendo fronte unico contro il ritorno dell’ex sindaco di destra condannato per corruzione. A Marsiglia il candidato socialista con i Verdi in coalizione ha stravinto con il 54,7%, tenendo lontano il Rassemblement National. A Tours la lista verde ha concluso un’alleanza con LFI al secondo turno e ha vinto.

Vale però la pena di essere precisi su LFI, perché il punto è più sottile di quanto sembri. La sinistra radicale di Mélenchon può rappresentare un'alleato controproducente quando l’alleanza viene rivendicata in modo rumoroso in città dove l’elettorato di centro è numeroso,  come Strasburgo o Besançon. Diventa invece gestibile, o addirittura necessaria, quando si tratta di un accordo tecnico tra i due turni, in contestio dove la sinistra è già maggioritaria, o quando l’alternativa è la destra dura o il Rassemblement National. I sindaci che hanno vinto l’hanno capito: hanno preso i voti LFI senza abbracciarne pubblicamente la bandiera, senza conferenze stampa congiunte, senza farsi identificare con lo stile divisivo e autoritario di Mélenchon. La variabile non è con chi ti allei in astratto, ma come gestisci l’alleanza, dove sei e a chi parli nel farlo. Un accordo tecnico discreto tra i due turni è politicamente molto diverso da una fusione di liste celebrata a telecamere accese.

Il caso Parigi: l’ecologia funziona e produce risultati visibili: Parigi merita un cenno a parte. Il nuovo sindaco Emmanuel Grégoire, socialista ed ex primo vicesindaco di Anne Hidalgo, ha vinto battendo la candidata di destra Rachida Dati e non alleandosi con LFI. È la continuità con dodici anni di politiche ecologiste: piste ciclabili raddoppiate, piazze pedonalizzate, traffico ridotto, emissioni del traffico calate del 34%. Non senza tensioni: molti parigini si sono lamentati dei cantieri, dei disagi, dei costi. Ma alla fine hanno scelto di continuare quella strada.

La lezione è che le politiche ecologiste e sociali funzionano in città se producono risultati visibili e se vengono spiegate, discusse, corrette nel tempo. Hidalgo ha sbagliato molte cose nell’esecuzione ma ha avuto il coraggio politico di tenere la rotta. E i parigiani l’hanno premiata nella persona del suo successore.

La lezione per l’Italia

L’Italia non ha elezioni municipali imminenti nelle grandi città. Ma il messaggio vale lo stesso. Primo: l’ecologia vince quando parla di vita concreta. Affitti, bollette, qualità dell’aria, trasporti, parchi, sicurezza, tutto in coerenza con obiettivi climatici ambiziosi ben visibili, ma che sono direttamente legati ad azioni immediate. Ci vogliono coalizioni ampie ma coese su alcuni punti fermi. E per fortuna dei francesi, in ogni città dove ha vinto la sinistra, i Verdi e i temi ecologisti sono sempre molto visibili nella coalizione. Segno evidente che, a differenza dell’Italia, dove posizioni ecoscettiche sono ben presenti anche nell’opposizione, l’uscita dai fossili e le politiche urbane avanzate sono una parte indispensabile della proposta progressista. Terzo: la campagna porta a porta non è retorica. Dominik Krause ha girato Monaco quartiere per quartiere. È andato incontro alle comunità immigrate. Non ha aspettato che la gente venisse a lui. In un momento in cui molti cittadini e cittadine non si fidano della politica, ma hanno voglia di partecipare, come ha dimostrato anche in Italia il Referendum sulla magistratura, questa è una ricetta pressoché infallibile per la parte chi si candida al governo, con buona pace di social e intelligenza artificiale.

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