Marcinelle, 70 anni dopo: la memoria e il corto circuito italiano

Articles 10 Aug 2026

8 agosto 2026. Alle 8h10 in punto è iniziata la cerimonia per i 70 anni della tragedia che alla miniera del Bois du Cazier costò la vita a 262 minatori: 136 italiani, 95 belgi, altre dieci nazionalità. È stata anche la prima Giornata europea delle vittime sul lavoro, istituita dalla UE su proposta del Parlamento europeo. La campana della miniera ha suonato 262 volte, un nome dopo l'altro, spesso gli stessi: famiglie distrutte che persero fratelli, cugini, vicini di casa in una mattina di agosto, esattamente 70 anni fa.

Per questa occasione così speciale il piazzale era pieno di gonfaloni, italiani, belgi, di altri paesi, fianco a fianco; parenti e discendenti delle vittime, e le autorità con le fasce multicolori: La Russa, Calderone, Brunetta, l'ambasciatrice Favi, il ministro degli esteri belga Maxime Prévot, il sindaco di Charleroi, il presidente della regione Vallonia, il presidente della regione Abruzzo, i segretari generali di Cgil e Cisl, l'amica Maria Chiara Prodi, segretaria generale del Consiglio generale degli Italiani all'Estero, molti deputati e consiglieri comunali, sindacalisti, rappresentanti di associazioni. C'ero anche io, arrivata con un gruppo di amici del PD per deporre una corona di fiori al monumento bianco del Bois du Cazier a nome del Movimento Europeo italiano, insieme a Filippo Ciavaglia e Yftalem Parigi.

Il Presidente Mattarella, che in visita a questi luoghi aveva parlato di Marcinelle come "l'Europa sotto la terra", nel suo messaggio, letto dal presidente del Senato Ignazio La Russa, ha ricordato che le vittime di Marcinelle sono parte dell'identità collettiva del Paese e del Belgio, e hanno acquisito un valore simbolico per tutta l'Europa, al punto da ispirare la proposta di dedicare l'8 agosto alla memoria di tutte le vittime degli incidenti sul lavoro nel continente. È proprio durante questo intervento che la cerimonia ha preso una piega diversa. Alcune persone presenti nel piazzale si sono girate di spalle al palco, e lo stesso gesto si è ripetuto poco dopo durante l'intervento di Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo (che peraltro ha fatto un bell’intervento). A rivendicare l'iniziativa è stato il sindacato belga Fgtb: il segretario regionale di Charleroi, Vincent Pestieau, ha chiarito che la protesta non era rivolta a Mattarella, ma a La Russa in quanto rappresentante del governo, e a Fratelli d'Italia come partito che considerano di estrema destra. Una delle protagoniste del gesto, Martine Vandevenne, ha aggiunto che dare la parola a certe idee, in un luogo simbolo della lotta dei lavoratori, è un insulto alla memoria delle vittime. La Cgil, seduta più avanti, non si è voltata, come ha tenuto a precisare Landini, presente in prima persona.

Mi è parso un gesto inutile e controproducente, non tanto in sé, dato che si trattava di poche persone, e non della Cgil, come invece si è insistito a dire. Ma perché la destra, Giorgia Meloni in testa, non ha perso occasione per attaccare subito il sindacato italiano, parlando di disprezzo verso le istituzioni dello Stato. La Russa ha definito la protesta un volgare atto propagandistico, dicendosi persino orgoglioso di aver ricevuto un trattamento paragonabile a quello riservato nel 1994 da Elio Di Rupo a Giuseppe Tatarella. Il vero problema insomma non è stata la cerimonia, che è stata bella, commossa, sentita da migliaia di persone arrivate da ogni dove, ma il rumore mediatico sproporzionato che questo episodio marginale ha generato in Italia, capace di oscurare tutto il resto. Di questo rumore mediatico ha fatto le spese anche un dettaglio omesso da tutti i grandi indignati per il gesto, inopportuno, ma discreto e silenzioson dei due sindacalisti:  il comportamento rumorosamente scortese tenuto poco dopo dallo stesso presidente del Senato al cimitero di Marcinelle, dove, forse irritato dalla rivendicazione del sindaco di Charleroi di città antifascista, ha alzato la voce davanti a tutti in un luogo solenne, manifestando insofferenza per l'attesa del sindaco stesso, senza rispettare il protocollo, provocando grande imbarazzo tra i presenti. Un dettaglio che forse avrebbe meritato più attenzione, visto le critiche piovute su liberi cittadini e grave visto che parliamo della seconda carica dello Stato.

I discorsi, tutt'altro che di circostanza, hanno tenuto insieme ieri e oggi, senza troppa retorica, intrecciando il destino di quei minatori e delle loro famiglie con quello di chi oggi arriva nei nostri paesi e resta ancora discriminato, senza diritti, in condizioni di estremo disagio. Più voci hanno collegato la difesa della sicurezza sul lavoro al dovere di difendere la democrazia. Il segretario del sindacato belga ha parlato senza mezzi termini del rischio di un vero "colpo di Stato dei miliardari". Il rappresentante del centro laico ha detto che l'omaggio alle vittime non deve seppellire con loro le speranze di un mondo migliore, quello che erano venuti a cercare. La solidarietà, hanno ripetuto in tanti, non ha confini. È intervenuto via video anche il primo ministro belga Bart De Wever, bizzarramente in inglese, forse per non dover ripetere il suo intervento, peraltro più da storico che da politico, sia in francese che in fiammingo.

Ho apprezzato l'intervento del ministro Prévot e quello della VP del parlamento Europeo Antonella Sberna, che ha parlato in modo convincente e semplice del ruolo dell'Europa, con parole lontane da quelle che ci si aspetterebbe dalla sua area politica. Il sindaco socialista di Charleroi, Thomas Dermine, applauditissimo, non ha usato mezzi termini nel parlare di ipocrisia di chi ricorda Marcinelle ma lascia i lavoratori migranti di oggi in condizioni precarie e difficili, rivendicando più volte Charleroi come città antifascista. Inutile dire che né La Russa né la ministra Calderone devono avere apprezzato particolarmente il suo intervento appassionato. Proprio quel piazzale, del resto, ha una storia di resistenza al fascismo: nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1942 dodici partigiani si introdussero nel Bois du Cazier e sottrassero 300 kg di esplosivo destinato agli scavi, usato poi per sabotare la produzione tedesca nella regione. Nove di loro furono arrestati pochi mesi dopo.

Concludo con le parole dello storico presidente dell'associazione Le Bois du Cazier, Jean-Claude Van Cauwenberghe, che mi sono parse particolarmente azzeccate in questa circostanza: "la memoria è una speranza che deve essere portata da chi viene dopo, e il tempo che passa non deve diventare il tempo che cancella."(le temps qui passe ne doit pas devenir le temps qui efface).

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