Il 12 aprile 2026, sulle rive del Danubio, migliaia di ungheresi hanno ballato e pianto tutta la notte. Quasi l’80% degli aventi diritto si era recato alle urne — un record assoluto nella storia post-comunista del paese, superiore persino alle prime elezioni libere del 1990. Peter Magyar e il suo partito Tisza hanno ottenuto 138 seggi su 199, la maggioranza dei due terzi che permette di riscrivere la Costituzione. Viktor Orbán ha telefonato per congratularsi. «Il risultato è chiaro e doloroso», ha detto ai suoi. Sedici anni di regime illiberale sono finiti in una notte.
È una buona notizia. Ma chi conosce l’Ungheria sa che la strada che si apre è irta di ostacoli, e che la vittoria di Magyar pone domande scomode anche a chi l’ha auspicata. Cominciamo dall’ovvio: Magyar non è di sinistra, e TISZA non è un partito progressista. Siede nel PPE — lo stesso gruppo che per anni ha protetto Orbán dai provvedimenti europei, tenendolo in casa come socio scomodo ma utile. Le sue posizioni su migrazione, diritti, Europa federale sono distanti da quelle di chi in Ungheria ha resistito al regime dal 2010 in avanti, spesso pagandone il prezzo. Eppure sono stati in larga misura gli elettori urbani, progressisti, liberali, giovani — quelli che avevano sostenuto i partiti tradizionali dell’opposizione, schiacciati quattro elezioni di fila — a portarlo alla vittoria. La Gen Z ha fatto la differenza: le code ai seggi, i festeggiamenti spontanei per le strade, i cori nelle grandi arterie di Budapest. Non votavano Magyar come scelta ideologica, ma come strumento. Il solo in grado, in un sistema elettorale ridisegnato per garantire la vittoria di Fidesz, di arrivare ai due terzi. E ci è riuscito.
Perché non era affatto scontato. Il sistema costruito da Orbán in sedici anni è una macchina da guerra elettorale. Agenti del GRU russo erano stati segnalati sul territorio. Il meccanismo di acquisto dei voti nelle comunità più povere — denaro, cibo, buoni spesa, a volte minacce esplicite — ha funzionato ancora. I voti per corrispondenza degli ungheresi all’estero, sistematicamente gestiti da strutture vicine a Fidesz in Serbia, Romania e Slovacchia, hanno fatto il loro lavoro. Giornali, radio, televisioni, perfino le app dei servizi pubblici erano da anni in mano ai sodali del regime. Fidesz dipingeva Magyar come un agente di Zelensky e di «Bruxelles», agitava lo spettro della guerra. Eppure il vento era troppo forte. Magyar aveva costruito TISZA comune per comune, con 50.000 volontari, le cosiddette «isole Tisza», percorrendo letteralmente il paese a piedi — nel 2024 aveva camminato 250 chilometri da Budapest verso la Romania per incontrare le minoranze ungheresi, tradizionale bacino di Fidesz. Sapeva parlare il linguaggio dell’algoritmo senza perdere la fiducia personale. È quello che nei sistemi democratici si chiama fare politica.
Le sue prime dichiarazioni dal palco di piazza Batthyany tracciano un’agenda ambiziosa e, in parte, già complicata. «Gli ungheresi hanno detto sì all’Europa», ha annunciato. «L’Ungheria sarà di nuovo un alleato forte della NATO.» Ha annunciato come primo viaggio Varsavia — dove Tusk, che sta combattendo la stessa battaglia in Polonia, lo aspetta come alleato, e poi Bruxelles per sbloccare i fondi europei congelati. Ha promesso un’agenzia nazionale anticorruzione, la riforma della magistratura, il rinnovamento dei vertici dei media pubblici. E soprattutto ha rivolto una richiesta esplicita al presidente della Repubblica Tamás Sulyok, uomo vicinissimo a Fidesz, di conferirgli il mandato per formare il governo «il prima possibile» e poi dimettersi. Non è un dettaglio procedurale: Sulyok ha poteri reali nella formazione del governo, può allungare i tempi, può complicare la transizione. Magyar sa che il sistema Orbán non smette di esistere il giorno dopo le elezioni.
È qui che il paragone con la Polonia torna utile, ma con un’importante differenza. Donald Tusk ha vinto nel 2023 senza i due terzi, e ad oltre due anni dalla vittoria si trova ancora a fare i conti con una Corte Costituzionale ostile, giudici inamovibili, un presidente della Repubblica che pone veti su ogni riforma. Magyar ha i due terzi, e quella è la chiave che Tusk non aveva. Potrà riscrivere le norme elettorali, ristabilire l’indipendenza della magistratura, riaprire i media pubblici. Il percorso sarà lungo, ma il punto di partenza è strutturalmente diverso.
Rimane però una domanda che vale la pena di porre senza ipocrisie: per chi governerà davvero? Magyar ha intercettato un elettorato molto più plurale di TISZA stessa. Progressisti e conservatori, europeisti convinti e nazionalisti di ritorno, attivisti per i diritti e cattolici praticanti: tutti sotto lo stesso tetto, tenuti insieme dalla necessità di sconfiggere Orbán. Questa coalizione silenziosa ha funzionato alle urne. Funzionerà al governo? Le prime scelte di personale, le prime leggi, il primo conflitto interno diranno molto su quale Magyar governa davvero — quello che si autodefinisce «conservatore filo-europeo» o quello che qualcuno, con un certo fastidio, ha già chiamato «baby Orbán» per la sua tendenza a essere sfuggente sulle questioni di principio.
Per ora, però, il mito di Orban si è rotto. L’idea che il modello illiberale fosse inarrestabile, che la «autocrazia elettorale» a trazione nazionalista potesse sconfiggere qualunque opposizione, che l’Europa non potesse fare nulla — tutto questo è stato confutato da quasi otto milioni di ungheresi che hanno aspettato ore in coda ai seggi. A rompere il mito, paradossalmente, è stato un uomo che quel sistema lo conosceva dall’interno e che ha saputo spiegare agli ungheresi, meglio di qualunque oppositore tradizionale, come funziona la macchina e come si smonta. Il resto lo diranno i fatti. La UE avrà un ruolo chiave: inutile correre sul carro del vincitore troppo in fretta; Magyar dovrà comunque dare qualche prova concreta di un cambio di passo; e non solo sulla corruzione. Ma anche su diritti, libertà di espressione e governance.
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