Nei primi quattro mesi del 2025 il prezzo all'ingrosso dell'elettricità in Italia ha toccato 136 euro per megawattora. In Germania si è fermato a 112 euro, in Francia a 94, in Spagna a 81 — quasi la metà di quello italiano. Non è una fluttuazione congiunturale: è una condizione strutturale che penalizza le famiglie italiane e mina la competitività delle nostre imprese, costrette a produrre con costi energetici che le loro concorrenti europee non sopportano. Per un'impresa di medie dimensioni, la bolletta italiana supera del 70% quella francese. Per una piccola impresa, costa più del doppio rispetto alla Spagna.La causa è una sola: dipendiamo troppo dal gas. E finché non cambia questa dipendenza, le bollette resteranno care — indipendentemente da qualsiasi altra manovra. Ce lo ricorda la guerra: il conflitto in corso nel Golfo Persico, con l'Iran direttamente coinvolto, sta già facendo risalire i prezzi del gas e del petrolio. Non è un rischio futuro: è quello che sta succedendo adesso, e che si scarica direttamente sulle nostre fatture. Finché dipenderemo dalle fonti fossili importate, saremo ostaggi di eventi che non controlliamo.
Il meccanismo si chiama prezzo marginale. In parole semplici, il costo dell'elettricità in ogni momento è fissato dall'impianto più caro chiamato a produrre per soddisfare la domanda. In Italia quell'impianto è quasi sempre una centrale a gas. Il gas copre il 41% della produzione elettrica nazionale, mentre in Spagna (il Paese che ci batte di più sul prezzo) quella quota è scesa al 13%. Il motivo è semplice: la Spagna ha investito massicciamente in solare ed eolico, che nel 2024 hanno coperto insieme oltre il 50% della sua produzione elettrica. Più rinnovabili significano meno ore in cui il gas fissa il prezzo, e quindi bollette strutturalmente più basse. Non è una riforma contabile, non è una sospensione dell'ETS: è la fisica del sistema. L'unico modo per uscire dall'anomalia italiana è fare la stessa cosa — ridurre la quota di gas nel mix aumentando rinnovabili, efficienza e storage.
Di fronte a questa situazione il governo italiano ha scelto una risposta sbagliata: puntare il dito contro l'ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO₂. È la logica del “dagli all’Europa” sempre facile. Ma i numeri non la reggono. L'incidenza dell'ETS sulla bolletta elettrica finale si aggira attorno al 7% del totale un peso reale, ma non la causa del divario con Spagna e Francia. Soprattutto: sospendere o smantellare l'ETS non cambia il mix energetico. Non abbassa strutturalmente la dipendenza dal gas.nulla. Sposta qualche costo nel breve termine, e nel frattempo priva il Paese di uno strumento prezioso e di miliardi di risorse per la transizione. Perché l'ETS genera denaro, molto denaro. Ogni anno produce per l'Italia circa 3,5 miliardi di euro di proventi che dovrebbero essere reinvestiti nella transizione energetica. Tra il 2025 e il 2030 la stima complessiva è di 27-33 miliardi. Storicamente, però, l'Italia ha destinato all’aiuto a imprese e famiglie per la transizione solo il 9-10% di queste risorse, ben al di sotto del 50% previsto dalla direttiva europea. Mentre la Germania destina 2,4 miliardi di euro alle proprie imprese per compensare i costi indiretti dell'ETS e finanziare la transizione, l'Italia ne stanzia appena 150 milioni. Non è l'ETS il problema: è che non lo usiamo come dovremmo.
L'Unione Europea ha scelto di agire, con l'Industrial Accelerator Act presentato il 4 marzo scorso (COM(2026)100). Il regolamento introduce tempi certi per le autorizzazioni, criteri low-carbon negli appalti pubblici per acciaio, cemento e alluminio, e mobilita oltre 100 miliardi di euro attraverso la nuova Industry Decarbonisation Bank — finanziata con i proventi ETS. È una politica industriale seria: non sussidi indiscriminati a chiunque ne faccia richiesta, ma risorse orientate verso l'innovazione e la transizione, abbandonando progressivamente gli incumbents del fossile e sostenendo chi costruisce soluzioni per il futuro immediato e non tra decenni.
Per l'Italia questo strumento è un'opportunità concreta, che rischiamo pero’ di perdere. Il ministro Pichetto Fratin ha annunciato che l'Italia aderisce all'impegno di triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050 — obiettivo celebrato al vertice di Parigi organizzato da Macron a marzo. Ma conviene capire di cosa si parla davvero. I reattori SMR a cui guarda il governo sono più piccoli e modulari, il che significa che ne occorrerebbero molti, distribuiti sul territorio, con tutti i problemi di siti, cantieri e accettazione locale che questo comporta in un Paese fermo dal 1990. Non risolvono il problema delle scorie radioattive — e l'Italia non ha ancora deciso dove costruire il deposito nazionale per quelle già esistenti, eredità dei quattro impianti chiusi trent'anni fa. I tempi realistici portano comunque ben oltre il 2035.
E soprattutto: il nucleare non è più necessario nemmeno tecnicamente. Fino a poco fa si pensava che le rinnovabili avessero bisogno di una fonte "sempre accesa" — gas o nucleare — per coprire i momenti senza sole o vento. Non è più così. Le batterie e i sistemi di accumulo su larga scala permettono di immagazzinare l'energia prodotta nei picchi solari ed eolici e rilasciarla quando serve, eliminando la necessità di una fonte continua. Paesi come Spagna e Portogallo lo dimostrano già oggi. Il cosiddetto "base load" è diventato un argomento degli incumbent fossili per rallentare una transizione che li renderebbe obsoleti.
L'Italia ha tutto quello che serve per vincere questa partita: sole, vento, una manifattura capace di adattarsi, e ora anche gli strumenti europei giusti. L'Industrial Accelerator Act non è solo un regolamento tecnico: è un'occasione importante per ridisegnare la nostra industria, abbassare strutturalmente i costi energetici e costruire filiere competitive nelle tecnologie del futuro. La strada è chiara: usare i miliardi dell'ETS e gli altri strumenti europei per accelerare le rinnovabili, l'efficienza e lo storage — riducendo così la dipendenza dal gas che è la vera, unica causa delle nostre bollette care. I fondi ci sono. Gli strumenti ci sono. Quel che serve è la volontà politica di usarli, invece di inseguire soluzioni che non esistono ancora per un problema che potremmo risolvere adesso.
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