QUATTORDICI MILIARDI DI EURO DI FLESSIBILITà. COME USARLI AL MEGLIO

Articles 19 Aug 2026

 La Commissione Europea spiega come utilizzare la flessibilità di bilancio per spese e investimenti sulla sicurezza energetica. Ma per l'Italia, il precedente sulle accise, i mega-profitti fossili senza alcuna contropartita e la determinazione ideologica di tornare al nucleare, nonostante costi, rischi e tempi, rischiano di trasformare un'occasione storica in un'altra occasione mancata.

Il 18 agosto la Commissione europea ha pubblicato le linee guida che permettono agli Stati membri di ampliare la clausola nazionale di salvaguardia, finora riservata alla difesa, anche alla sicurezza energetica. È bene precisare che questi 14 miliardi non sono contributi europei, e non è un prestito, come i fondi SAFE per la difesa, che la Commissione eroga agli Stati membri prendendo essa stessa a prestito sui mercati. Qui è debito pubblico italiano vero e proprio, finanziato con normali titoli di Stato: l'UE si limita a non contarlo come uno scostamento dalle regole di bilancio. È quindi debito che si aggiunge a un debito già enorme: nel 2026 l'Italia ha superato per la prima volta la Grecia, diventando il Paese con il rapporto debito/PIL più alto dell'intera Eurozona, 138,6%, contro il 136,8% greco, per una cifra che supera i 3.100 miliardi di euro. A livello mondiale siamo ormai stabilmente tra i primi dieci Paesi più indebitati, secondi solo al Giappone tra le grandi economie del G7. Proprio per questo, non sprecare questi soldi è ancora più importante. Per fortuna, non c'è libertà totale di spesa. Sono ammessi investimenti strutturali: reti elettriche, accumuli, rinnovabili, pompe di calore al posto delle caldaie a gas, ristrutturazioni edilizie profonde, elettrificazione industriale, colonnine di ricarica, idrogeno rinnovabile, sicurezza delle infrastrutture energetiche e, come vedremo, anche il nucleare. Sono invece esclusi sconti sulle accise, prezzi calmierati, e qualsiasi sostegno economico che serva solo ad ammortizzare il prezzo dell'energia fossile. Il testo dà priorità alle famiglie vulnerabili, ma solo dentro le misure strutturali ammesse: sì a una pompa di calore gratuita o a una ristrutturazione pagata per intero, no a sussidi diretti per pagare le bollette del gas. I tetti sono precisi e si calcolano sul PIL italiano: la spesa per queste misure non potrà superare lo 0,3% l'anno, con un massimo cumulato dello 0,6% entro il 2028, termine per l'utilizzo di questa clausola di salvaguardia (NEC).

È indubbio che questa potrebbe essere l'occasione per iniziare a raddrizzare una politica energetica testardamente fossile. Ma il persistente ecoscetticismo e la superficialità di Giorgia Meloni e del suo governo rispetto all'emergenza climatica, la volontà di trovare scorciatoie attraverso sussidi costosi ed effimeri ma utili per il consenso, le inerzie burocratiche su rinnovabili ed efficienza, l'indifferenza per i mega-profitti delle partecipate, e l'atteggiamento ideologico sul nucleare rischiano di trasformare un'occasione storica in un'altra occasione mancata. Un'ecoindifferenza che, di fronte a quello che vediamo ripetersi ogni giorno, le ondate di calore, incendi, il persistente dissesto idrogeologico, il peso crescente degli effetti dei cambiamenti climatici su agricoltura, industria, sistema sanitario e servizi pubblici, diventa una prova di grave irresponsabilità.

Un esempio su tutti è il modo attraverso il quale intervenire per mitigare l'indubbio peso delle bollette su molte famiglie e imprese. Il problema non è l'obiettivo, è lo strumento scelto finora dal governo. Fin da giugno, quando la Commissione aveva dato un primo assenso di principio, Meloni aveva descritto il via libera a questi 14 miliardi come una vittoria del suo governo, ottenuta per "mitigare l'impatto dell'aumento dei prezzi dell'energia" su famiglie vulnerabili e imprese e ha ripetuto le stesse parole nell'importante intervista del 14 agosto a Milano Finanza. Meloni sa benissimo che questo non è possibile per le regole europee: sembra quindi che il governo cercherà altre strade per continuare a offrire piccoli sollievi effimeri, molto pesanti però per le casse dello Stato. Basti pensare che da marzo l'Italia ha già speso oltre 2 miliardi di euro in tagli temporanei alle accise su benzina e gasolio, coperti di volta in volta con extragettito IVA, tagli trasversali ai fondi di più ministeri, non solo la Salute, colpita per 86 milioni ad aprile, ma anche Economia e Infrastrutture, e 300 milioni di proventi delle aste ETS. Su questi ultimi vale la pena precisare che dal 2023 la direttiva europea richiede che il 100% dei proventi ETS, non più il 50%, sia destinato alla transizione ecologica, ma è un obbligo che l'Italia non ha ancora recepito in una legge nazionale, restando formalmente ferma alla vecchia soglia del 50%, che peraltro neppure rispetta. E così, trova spazio l'uso dei fondi ETS per sussidiare il consumo di carburante, l'esatto opposto della loro funzione.

Mentre lo Stato taglia fondi alla sanità pubblica per finanziare uno sconto alla pompa, le sei maggiori compagnie petrolifere europee incassavano 21,7 miliardi di dollari di utili in un trimestre, il 43% in più dell'anno precedente. Eni, da sola, ha quintuplicato i profitti, superando i 3 miliardi in tre mesi, trainata dal prezzo del petrolio salito con la guerra. Lo Stato è anche azionista di Eni, e ne ricava dividendi ordinari, circa 1,1 miliardi l'anno, di cui solo una piccola parte arriva davvero al bilancio pubblico, il resto va alla CDP. Ma è il rendimento normale di un azionista, non una tassa sui profitti straordinari generati dalla crisi, che potrebbero invece contribuire a finanziare la transizione. Inspiegabilmente, in un'Europa e un'Italia in piena emergenza climatica, quella tassa oggi non esiste, e non è chiaro quando, se mai, verrà introdotta.

Un altro grave rischio di spreco di queste risorse viene dal fatto che sono ammesse nelle linee guida anche spese ed investimenti nel settore dell'energia nucleare, in piena contraddizione con la logica del provvedimento, temporaneo e delimitato a spese che abbiano un effetto rapido. È una scelta della Commissione che il governo italiano ha subito colto al volo: il vicepremier Antonio Tajani ha scritto il 18 agosto che la flessibilità concessa da Bruxelles "potrà applicarsi anche al nucleare" definendolo "una buona notizia per l'Italia", nell'ambito di un percorso verso "centrali durature e sicure". Ma una centrale nucleare richiede almeno un decennio per essere costruita, e i piccoli reattori modulari, gli SMR su cui punta parte del dibattito italiano, non hanno oggi una sola unità commerciale operativa in tutto l'Occidente, le uniche esistenti al mondo sono in Russia e in Cina, a costi finali tre o quattro volte superiori alle stime iniziali. Qualunque sia la tecnologia scelta, si tratta di spese per opere di là da venire e che non avranno alcun effetto sulla situazione dei prezzi e della dipendenza dai fossili per i prossimi quindici o vent'anni almeno.

Un vero peccato, perché con questi 14 miliardi spesi bene, entro il 2028, si potrebbero installare pompe di calore in oltre un milione di case italiane, raddoppiare gli investimenti già previsti sul potenziamento delle reti elettriche, costruire decine di migliaia di nuovi punti di ricarica, o finanziare ristrutturazioni profonde di migliaia di edifici, a partire dalle famiglie più in difficoltà. Sono cantieri che partono in mesi, non in anni, e lasciano un beneficio che dura.

Non chiediamo solo trasparenza, anche se quella resta indispensabile: l'elenco pubblico delle misure prima dell'invio a Bruxelles, una motivazione chiara euro per euro, un rendiconto periodico di dove sono finiti questi fondi. Serve soprattutto uno sforzo comune, forze politiche, imprese, associazioni della società civile perché questi 14 miliardi servano davvero a colmare i ritardi accumulati in questi anni su efficienza energetica e rinnovabili, e a sostenere finalmente l'applicazione, oggi neppure iniziata a distanza di mesi dalla loro entrata in vigore, delle direttive europee su efficienza energetica e case green. È lì, non nel nucleare ipotetico ma già foriero di spese enormi, o in sussidi effimeri a bollette fossili, che si gioca la vera sicurezza energetica dell'Italia nei prossimi anni. Tanto più in vista delle prossime elezioni politiche, quando la tentazione di privilegiare misure di breve respiro, utili al consenso immediato, sarà ancora più forte: evitare questo ulteriore spreco non può essere un compito lasciato a questo governo.

Questo articolo é uscito su GreenReport: https://www.greenreport.it/news/nuove-energie/63349-quattordici-miliardi-per-lenergia-due-anni-per-non-ripetere-gli-errori-gia-fatti?highlight=WyJtb25pY2EiLCJjYW1vbmljYSIsImFybW9uaWNhIiwiZmlsYXJtb25pY2EiLCJ2YWxsZWNhbW9uaWNhIiwiXHUyMDFjZmlsYXJtb25pY2EiLCJnbm9tb25pY2EiLCJnbm9tb25pY2FcdTIwMWQiLCJlZ2Vtb25pY2EiLCJtb25pY2FmcmFzc29uaSJd

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