Referendum sulla Magistratura: iL NO ha vinto. E adesso?

Articles 25 Mar 2026

Ha vinto il No. Con il 53,74% dei voti e un’affluenza che ha sfiorato il 59% — ben al di sopra di qualsiasi previsione — gli italiani hanno bocciato la riforma costituzionale della magistratura voluta dal governo Meloni, con il No vincente in 17 regioni su 20. È giusto così, e sono contenta.

Ma la vittoria del No è solo l’inizio. Fermarsi a festeggiare sarebbe un errore. Bisogna iniziare subito a sfruttare l’energia positiva e la mobilitazione che il referendum, a dispetto di tutti coloro che lo davano per morto, è riuscito a suscitare e a costruire un’alternativa credibile al governo della destra, che nel 2022 ha vinto solo grazie alle irresponsabili divisioni volute da Calenda e Conte, in un’elezione in cui il centrosinistra aveva preso un milione e mezzo di voti in più.

Partiamo da qualche considerazione su chi ha guidato il fronte del No. Le donne hanno votato No più degli uomini, al 55%, con due punti di distacco. Tra i giovani under 35 l’affluenza ha raggiunto il 67,3%, quasi otto punti sopra la media, con il No intorno al 60%. Sono le stesse donne che aspettano politiche serie su lavoro, parità salariale e welfare familiare — non gli annunci vuoti di questo governo. Sono molti degli stessi ragazzi e ragazze che hanno riempito le piazze per Gaza, che si mobilitano per il clima, che pensano di emigrare o che chiedono un futuro nel loro paese. Il governo vorrebbe continuare a ignorarli o criminalizzarli. Chi si candida per governare non se lo può permettere.

A proposito di giovani: nel 2024 le partenze hanno toccato il record storico di 155.732, con un aumento del 38% rispetto all’anno precedente, prevalentemente giovani e laureati. Solo nell’ultimo anno i giovani tra 18 e 34 anni che hanno lasciato il Paese sono stati 78.000, con un saldo netto negativo di 441.000 nell’arco dell’ultimo decennio. Per questi ragazzi e ragazze la destra non ha risposte: né sul lavoro precario, né sul costo della vita, né sul diritto a costruire un futuro in Italia. È un fatto innegabile che merita di stare al centro di qualsiasi proposta seria di governo. Cosa che va di pari passo con una proposta forte per garantire spezio per il dissenso, ma anche la partecipazione e la consultazione dei cittadini.

Torniamo alla giustizia, visto che ci siamo. La vittoria del No non significa che tutto funzioni: i processi durano troppo, la custodia cautelare viene usata in modo eccessivo, i buchi di organico nei tribunali sono gravi e i meccanismi disciplinari per i magistrati che sbagliano sono ancora troppo blandi, la moltiplicazione espnenziale dei reati introdotti dalla destra e la criminalizzazione della migrazione rendono le nostre carceri luoghi ancora più affollati e criminogeni. L’indipendenza della magistratura va difesa, ma non può diventare uno scudo per chi non rende conto dei propri errori. Ci sono proposte concrete sul tavolo: investimenti sul personale, digitalizzazione, revisione delle procedure disciplinari e cautelari. Mettiamoci a lavorare.

Ma il vero cantiere dell’alternativa è più ampio, e riguarda in particolare il Nord produttivo. Il centrosinistra ha vinto nelle grandi città, ma sa bene che è nelle valli, nelle aree periferiche e nei comuni fuori dai grandi centri urbani soprattutto a Nord che deve recuperare consenso — tra lavoratori e lavoratrici che faticano a riconoscersi in una proposta che percepiscono come lontana dalla loro vita concreta. Hanno bisogno di sentire che c’è un progetto industriale e professionale per loro: politiche di green industry e agricoltura sostenibile che accompagnino la transizione energetica delle imprese e delle nostre campagne, investano in ricerca e innovazione, creino lavoro di qualità. Non i sussidi ai combustibili fossili e le misure costosissime e estemporanee di questo governo, che alla fine scaricano i costi sulle famiglie mentre proteggono le rendite, in particolari quelle fossili. L’Italia, e soprattutto il Nord, dispone di campioni industriali eccellenti nella manifattura sostenibile, nella meccanica avanzata, nell’agroalimentare di qualità. Hanno bisogno sia di un’Europa che li sostenga — libera da veti e divisioni — sia di un governo nazionale che ne riconosca il valore, senza lasciarsi bloccare da corporazioni e poteri legati al passato.

C’è infine il nodo della coalizione e di come si costruisce. Se si vogliono fare le primarie, benissimo — ma allora che si organizzino rapidamente; non si devono rinviare all’ultimo momento per tatticismi e personalismi che fiaccherebbero la dinamica positiva nata con questo referendum. E prima delle primarie, o insieme a esse, serve costruire il programma in modo aperto e collettivo: non convegni di partito né conciliaboli nei palazzi, ma un vero cantiere di partecipazione civica — più vicino alle Agorà di Letta, inspiegabilmente smontate in fretta e furia nonostante fossero riuscite a coinvolgere decine di migliaia di persone, che ai rituali della politica tradizionale. Un processo in cui cittadini e cittadine, a partire dai giovani che ieri hanno votato in massa, contribuiscano a definire la proposta prima che venga concordata e mediata dai partiti. La partecipazione non si accende solo il giorno del voto: va alimentata, organizzata, rispettata; l’esperienza insegna che poi porta anche i suoi frutti nell’urna.

Sul tema dei cosiddetti "moderati: non è questo il momento per epurazioni o regolamenti di conti interni. Chi ha votato Sì, Azione, Italia Viva, una parte dell’elettorato di centro o vicino al PD, non è il nemico. Anzi. L’obiettivo non è costruire un campo ideologicamente puro, ma vincere le elezioni e governare bene il paese. E per farlo bisogna allargare, non restringere; ecco perché bisogna muoversi per tempo. Perché se é indubbio che ci sono delle grandi differenze, politica estera, economica, ruolo dell'Italia in Europa, transizione ecologica, migrazione, sicurezza, é anche vero che tutti sanno perfettamenteDetto questo, è inutile nascondersi dietro un dito: i partiti che sul referendum si sono schierati per il Sì, o hanno lasciato libertà di voto, non hanno dimostrato né grande capacità di mobilitazione né particolare efficacia nel portare alle urne chi era distante e disaffezionato. Sono i movimenti, i sindacati, la società civile organizzata, e soprattutto i giovani che si sono mossi per propria iniziativa, ad aver fatto la differenza. Questo ci dice qualcosa di importante su dove risiede oggi l’energia politica reale — e su come trattarla. I cosiddetti moderati sono i benvenuti nell’impresa comune di battere la destra, ma è con li’ che si trova l’energia necessaria a vincere; e allora forza con l’avvio della definizione collettiva del programma e le candidature entro l’autunno. Il lavoro inizia già oggi.

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