Smontare il Green Deal: una scelta sbagliata che non conviene a cittadini e imprese (e che può essere ribaltata)

Articles 18 Dec 2025

In Europa non discutiamo più se il cambiamento climatico esista: quella fase è piu o meno superata. Oggi lo viviamo direttamente, tra ondate di calore che infrangono record, siccità che si prolungano, incendi ricorrenti d’estate e inondazioni invernali sempre più violente. Il clima ci sta inviando un messaggio inequivocabile. E tuttavia, proprio mentre gli effetti diventano più evidenti, negli ultimi diciotto mesi abbiamo assistito a un fenomeno preoccupante: un arretramento progressivo e dichiarato di alcuni pilastri fondamentali del Green Deal europeo. Non si tratta di un rigetto esplicito, nessuno osa negarlo apertamente, ma di qualcosa di più sottile e altrettanto dannoso: flessibilizzazioni, rinvii, eccezioni e revisioni che ne erodono l’ambizione originaria e che si susseguono a un ritmo che in questo fine 2025 diventa frenetico. Una sorta di “cupio dissolvi” che porta i leader della Commissione a disfare ciò che era stato costruito senza alcun reale studio di impatto per capire le conseguenze che avrà fermare nel bel mezzo questo processo di trasformazione economica, industriale e sociale; trasformazione indispensabile, dato che l’emergenza climatica rimane anche se si fa finta di non vederla più.

Dietro questo cambio di rotta agiscono diversi attori: una parte dell’agroindustria, segmenti dell’industria automobilistica tradizionale, il settore del gas, alcuni governi di destra attirati da un facile consenso, movimenti populisti ed estremisti. Le loro strategie sono ormai note: sfruttare crisi economiche e geopolitiche, enfatizzare i costi immediati della transizione e occultare quelli ben più alti dell’inazione. Stanno attivamente contribuendo a frenare il Green Deal, ma senza offrire un vero orizzonte alternativo di crescita e stabilità sociale o economica.

È bene precisare che questa “deregulation” indiscriminata non risponde ad alcuna richiesta precisa di cittadini, amministrazioni locali e degli attori economici più innovativi, ma è il frutto di una specie di furia ideologica e di pressioni di alcuni settori di “incumbent” particolarmente vicini alla destra politica e che hanno trovato un facile accesso in Commissione e governi. In questo momento c’è il rischio reale di svuotare il Green Deal della sua forza trasformativa se non si mette in atto rapidamente un’azione forte e coesa di imprese, politica e società civile per contrastarla. Non è impossibile, ma bisogna recuperare una mancanza di reazione anche e soprattutto da parte delle imprese che hanno già fatto la scelta della trasformazione ecologica, e della politica, che deve tornare a ridare priorità a questo tema.

Il Green Deal è nato dopo le elezioni del 2019 come una strategia di crescita per l’Unione Europea: modernizzare l’industria, ridurre le emissioni, restaurare la natura e trasformare l’agricoltura in modo equo e sostenibile, con tre grandi obiettivi: la neutralità climatica entro il 2050, almeno il 55% di riduzione delle emissioni entro il 2030, e il disaccoppiamento tra crescita economica e uso delle risorse. In pochi anni l’Europa ha approvato un pacchetto legislativo senza precedenti. Ma oggi quell’edificio normativo mostra crepe profonde: ciò che un tempo era eccezionale, cioè la riapertura di leggi già negoziate, sta diventando routine. Questo invia un segnale molto negativo a imprese, investitori, amministrazioni, cittadini: la stabilità regolatoria europea, uno dei suoi tratti distintivi, non è più garantita. Peraltro, Commissione e Consiglio si sono organizzati per fare in modo che questa operazione sia il più staccata possibile dalle priorità e dalla logica che aveva portato al Green deal: il Commissario incaricato della Semplificazione è Valdis Dombrowski, un falco non solo dal punto di vista dell’austerity, ma che durante il mandato precedente era stato fra i più scettici sulla svolta “verde” della Commissione e oggi ha un mandato molto ampio e che tocca competenze di molti suoi colleghi in particolare Ribera e Roswall.

Ci sono anche crescenti problemi di metodo nel modo in cui si sta portando avanti questa semplificazione: il Gruppo di lavoro al Coreper che riunisce i rappresentanti permanenti degli stati membri della UE incaricato della Semplificazione non è composto da chi è di solito responsabile per queste materie (Coreper 1); le proposte di “semplificazione” della Commissione vengono inviate spesso all’ultimo momento al cosiddetto gruppo Antici, composto dagli assistenti personali degli ambasciatori e un rappresentante della Commissione, incaricati di preparare la sera prima delle riunioni il Coreper 2, a sua volta composto direttamente gli ambasciatori, che di solito tratta gli affari generali, affari interni, relazioni esterne dell'UE; i tecnici sono perciò esclusi dalla discussione di proposte di semplificazione in materie che non sono di solito oggetto della competenza di quella parte del Consiglio: l’obbiettivo dichiarato è giustamente di evitare che chi aveva negoziato le precedenti norme possa esitare nel momento di modificarle. Lungi da essere un dettaglio, questo fatto pare indicativo delle intenzioni di smantellare il quadro normativo prescindendo dalle considerazioni di merito e dalle procedure che la Commissione stessa si è data.

Il caso dell’agricoltura è emblematico. Nella primavera del 2024, il ritiro da parte della Commissione della proposta SUR che mirava a ridurre del 50% l’uso e il rischio dei pesticidi entro il 2030, è stato il primo grande arretramento. Dopo un’intensa pressione da parte dell’agroindustria e il voto negativo del Parlamento, si è scelto di abbandonare un regolamento considerato cruciale per la transizione ecologica del settore agricolo invece che negoziare un compromesso. Parallelamente, la Politica Agricola Comune è stata progressivamente indebolita dei suoi elementi ambientali: nel 2024 la condizionalità verde è stata resa più flessibile, e nel 2025 il Parlamento ha ulteriormente indebolito i requisiti ambientali. In questi giorni, la plenaria di Strasburgo approverà definitivamente alcune di queste modifiche negoziate fra PE, Consiglio e Commissione, che per fortuna non hanno raccolto le peggiori domande del PE stesso, mantenendo però una spinta alla rinazionalizzazione e un indebolimento certo dei requisiti richiesti in precedenza.

Questo arretramento, al netto di semplificazioni utili che di certo sono possibili,  non risponde tanto alle esigenze reali degli agricoltori, che si preoccupano soprattutto della valorizzazione dei loro prodotti e dal reddito che ne possono ottenere, quanto a quelle di una potente agroindustria da sempre vicina alla destra oggi maggioritaria, che si basa su utilizzo intensivo delle risorse e del suolo ed è molto dipendente dai combustibili fossili; e questo nonostante il fatto che la dipendenza eccessiva dai pesticidi stia minando le basi stesse della produttività agricola, attraverso la degradazione dei suoli, la contaminazione delle acque e il declino dei pollinatori. Sappiamo oggi che la perdita di impollinatori riduce i rendimenti del 7–8% e il reddito delle aziende agricole di circa il 10%. A breve termine i pesticidi sembrano una soluzione economica, ma a medio termine generano costi ecologici ed economici enormi. Le alternative esistono e funzionano, ma ovviamente devono essere sostenute: gestione integrata dei parassiti, controllo biologico, rotazioni e agricoltura di precisione permettono di ridurre l’uso di pesticidi dal 30 al 50% senza perdita di produttività e talvolta aumentando la redditività.

Anche la Legge sul Ripristino della Natura, concepita per restaurare ecosistemi su una scala mai vista in Europa, ha subito un forte indebolimento durante il processo legislativo. La proposta prevedeva obiettivi vincolanti per suoli agricoli, torbiere, foreste, fiumi, impollinatori e aree urbane, inclusa la restaurazione del 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030. La versione approvata nel 2024, tre giorni dopo le elezioni di giugno, e dopo lunghi scontri politici e pressioni di alcuni settori agricoli e governi, è molto più debole: molti obiettivi sono stati resi indicativi, gli impegni per l’agricoltura sono stati quasi azzerati, è stata introdotta una clausola di “emergenza alimentare” che permette di sospendere gli obblighi, la Commissione ha perso capacità di supervisione e non esiste una linea chiara di finanziamento dedicato. La struttura della legge sopravvive, ma in forma molto diluita, ed è ancora oggetto di pressioni per cambiarla: e solo la settimana scorsa pare che la Presidente Von Der Leyen in persona abbia sventato il tentativo del Commissario Dombroski, vera anima (nera) del travolgente trend di deregolamentazione in corso, di proporre modifiche anche a questa direttiva, cosa che ne avrebbe determinato sicuramente la fine.

A partire dallo scorso febbraio, con il pretesto di “facilitare la competitività” delle imprese, la Commissione europea ha iniziato a usare in modo sistematico lo strumento dell’“Omnibus” per riaprire e modificare normative chiave del Green e del Digital Deal, spesso ancora in fase di applicazione. A differenza delle procedure legislative ordinarie, queste riaperture non passano da valutazioni di impatto, consultazioni strutturate e iter trasparenti, ma da contatti diretti tra vertici della Commissione, alcuni alti funzionari, alcuni Stati membri e grandi interessi economici, tenendo spesso <all’oscuro perfino le Direzioni generali competenti. Secondo il Commissario Dombroskis, finora il totale previsto delle economie amministrative da omnibus e altre iniziative già presentate è di quasi 11 miliardi di euro, con un obiettivo complessivo di 37,5 miliardi annui entro il 2029. Ma il punto è che non c’è alcuna valutazione dell’impatto della revisione di queste normative sull’economia in generale, sul processo di decarbonizzazione, sui cittadini, sull’ambiente. Non a caso la Mediatrice europea Teresa Anjinho ha riscontrato che la gestione da parte della Commissione europea dell'Omnibus I sulle norme di sostenibilità delle imprese e della “semplificazione” della politica agricola comune (PAC) prevista per il 2024 ha violato i principi fondamentali di buona amministrazione, tra cui “la trasparenza, l'inclusività e l'elaborazione di leggi basate su dati concreti”.[1] Non è dato di sapere se questa presa di posizione della Mediatrice avrà un qualche effetto.

Il problema non è solo il contenuto delle proposte, ma il fatto che, una volta riaperta una norma, Parlamento e Consiglio possono spingersi molto oltre le modifiche originarie. Dopo le elezioni del 2024, una parte consistente del PPE ha fatto del Green Deal un bersaglio prioritario, rompendo il tradizionale “cordone sanitario”  accordandosi con l’estrema destra climato‑scettica. Così la Commissione, che ha il monopolio dell’iniziativa legislativa, sa perfettamente che ogni sua decisione di riaprire fascicoli implica mesi negoziato aggiuntivo, costi ingenti e il rischio concreto di smontare pezzo per pezzo il proprio stesso patrimonio normativo: la Commissione appare come una Penelope che disfa la tela del Green Deal da lei stessa cucita nella legislatura precedente. Un grave errore strategico, che punisce le imprese che già avevano cominciato a adeguarsi dentro e fuori la UE,  ostacola la creazione di filiere più robuste, investimenti più sicuri e un vantaggio competitivo reale in un mercato che va nella direzione di richiedere sempre più trasparenza e sostenibilità; e favorisce chi non ha alcuna intenzione di ridurre la pressione su risorse e clima, nell’illusione che tirando la corda per qualche anno in più si possa rimanere “competitivi” senza cambiare modello di business, magari accedendo a risorse pubbliche per mantenersi a galla. Una scelta non inevitabile, perché se il problema era davvero semplificare l’attuazione e ridurre gli overlap, la Commissione dispone di strumenti molto efficaci per ottenere lo stesso risultato attraverso l’emissione di guidelines per l’applicazione e regolamenti attuativi, senza dovere riaprire la normativa e diventando cosi del tutto dipendente da lobbies, umori e maggioranze volatili in PE e nel Consiglio.

Le prime vittime di questa ansia di “deregolamentazione” sono state la direttiva sulla due diligence delle imprese (CSDDD/CRDDD) e la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD), inserite nell’Omnibus I e poi ulteriormente indebolite nel trilogo tra Parlamento e Consiglio. L’accordo finale tra PE e Consiglio sarà approvato questa settimana alla sessione plenaria a Strasburgo. Su CSDDD, le soglie sono state innalzate a 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato globale per le imprese UE (o 1,5 miliardi di fatturato nell’UE per le extra‑UE), escludendo circa i due terzi delle aziende inizialmente previste, cioè oltre 10.000 società che avrebbero dovuto mappare e gestire i rischi lungo la catena del valore. È stato anche abbandonato l’approccio specifico ai “settori ad alto rischio”, pur sapendo che in comparti come tessile, agricoltura, minerario ed elettronica si concentra la maggior parte di deforestazione, violazioni dei diritti umani e inquinamento scaricato sugli anelli più deboli delle filiere globali. La revisione della CSRD segue lo stesso schema: l’obbligo di reporting viene limitato alle imprese con più di 1.000 dipendenti e fatturati molto elevati (circa 450 milioni di euro), lasciando fuori l’80–90% del tessuto produttivo medio‑grande europeo, che pesa in modo decisivo sulle emissioni, sull’uso di risorse e sui rischi di transizione. Questo riduce fortemente la disponibilità di dati comparabili per investitori, banche e assicurazioni, proprio mentre le istituzioni finanziarie chiedono più trasparenza per valutare rischi climatici, di reputazione e di filiera. Non sorprende che ONG come SOMO e il Business & Human Rights Resource Centre, ma anche coalizioni di imprese all’avanguardia, denuncino il fatto che così la due diligence diventa un esercizio per pochi grandi gruppi, spesso limitato al solo “tier one”, in aperta contraddizione con i principi ONU su imprese e diritti umani che richiedono una visione dell’intera catena del valore. ONG e imprese impegnate nella transizione ricordano che molte aziende avevano già investito in sistemi di due diligence, tracciabilità e piani climatici proprio in vista delle direttive, e ora si trovano esposte a concorrenza sleale da parte di chi continua a esternalizzare i costi sociali e ambientali delle sue attività. Non è un caso che in questa opera di revisione e deregolamentazione, abbia avuto un impatto rilevante l’azione della “Round Table on Competitiveness” – una potente piattaforma di lobbying che riunisce grandi gruppi fossili europei e statunitensi – che ha saputo sfruttare le tensioni sui dazi con la nuova amministrazione americana per amplificare la pressione a favore dello smantellamento delle regole sulla rendicontazione ambientale[2].

Ripeto: il problema non è in sé trovare modi di semplificare ed evitare doppioni e burocrazia inutile; ma il fatto che la “semplificazione” abbia preso in questo come in altri “Omnibusla forma di un arretramento strutturale: campo di applicazione ristretto, strumenti di enforcement attenuati. Peraltro, non è affatto detto che questi compromessi producano vantaggi, a fronte di danni potenzialmente consistenti. I risparmi amministrativi per le imprese escluse sono modesti, limitati nel tempo e concentrati su costi di compliance che molte aziende avrebbero comunque dovuto sostenere per soddisfare banche, investitori o clienti globali. In cambio, l’UE indebolisce la prevedibilità regolatoria, rimanda alle norme nazionali, complicando la vita per le imprese; invia un segnale di marcia indietro proprio a chi aveva scommesso sulla transizione, e si priva di strumenti cruciali per ridurre rischi che già oggi costano decine di miliardi l’anno in danni climatici sul territorio europeo. Insomma la UE ha appena trasformato due pilastri del suo Green Deal –– in norme per pochi grandi gruppi, riducendone drasticamente l’impatto sistemico. Il messaggio è chiaro: in nome della “riduzione degli oneri”, si accetta di svuotare una parte centrale dell’architettura verde proprio mentre aumentano i costi economici del clima impazzito.

Stessa sorte è toccata anche al regolamento europeo contro la deforestazione (EUDR), nato per ridurre l’impronta globale dell’UE su filiere come soia, carne bovina, cacao, caffè, olio di palma, gomma e legno; rappresenta un punto di riferimento mondiale per un’industria e agricoltura sostenibile, insieme alle direttive su rendicontazione ambientale e sociale e “due diligence”. Sebbene la norma resti formalmente, questa settimana a Strasburgo è stato approvato il rinvio della sua applicazione e la possibilità di rivederla entro qualche mese: caso inedito ma che temiamo non rimarrà unico di una norma rivista prima ancora che entri in vigore. Come per le direttive incluse nell’Omnibus 1, il problema non è solo il rinvio della applicazione. La Commissione ha deciso di riaprire e questa normativa, cedendo alle pressioni di parte dell’industria e della politica, senza valutare l’impatto di una tale revisione; un errore anche perché l’UE con la EUDR stava creando uno standard internazionalmente riconosciuto e che sarebbe potuto essere benefico, come già successo in altri campi con il famoso “effetto Brussels”, cioè la capacità della UE di orientare le normative a livello globale.

Ricordo che L'UE è responsabile di circa il 10% della deforestazione globale legata al consumo (principalmente olio di palma, soia, legno, carne); ogni anno il mondo perde circa 10 milioni di ettari di foreste e la deforestazione genera circa il 10% delle emissioni globali di CO₂, con effetti diretti sulla qualità dell’aria, sulla salute e sulla stabilità delle filiere come emerso con forza alla COP30 in Brasile. Più foreste vengono distrutte, più aumentano incendi, malattie e instabilità dei mercati delle materie prime: condizioni che rendono le catene di approvvigionamento europee più fragili e costose. La deforestazione ha impatti economici oltre che climatici enormi, è spesso opera della criminalità organizzata, che trova ancora il modo di penetrare comodamente il mercato europeo in assenza di regole chiare e sanzioni sulla tracciabilità dei prodotti: che erano previste nella versione attuale della legge ma che verranno sicuramente riviste.

Il settore industriale e dei trasporti è stato coinvolto in questa opera di indebolimento generale. La revisione dello standard Euro 7, pensata per ridurre le emissioni nocive e migliorare la qualità dell’aria, è stata approvata in una versione molto più debole rispetto a quanto proposto dagli esperti sanitari e ambientali.

Ancora più significativa è la riapertura del dibattito sullo stop alla vendita di auto a combustione dal 2035, proposta dalla Commissione il 16 dicembre: un obiettivo che era stato concordato con i produttori di auto e che sembrava consolidato, ma che è stato rimesso in discussione anche potendo contare su una potente campagna di disinformazione, minando un percorso industriale che avrebbe dovuto dare certezza a produttori, investitori, consumatori e rispondere anche se in grande ritardo, per errori strategici gravi di produttori e governi, alla mancanza di auto elettriche accessibili in Europa. Eppure i dati sono chiari: l’auto elettrica riduce del 73% le emissioni lungo il ciclo di vita, è tre volte più efficiente, abbassa la dipendenza dalle importazioni energetiche e rappresenta già una quota importante delle nuove immatricolazioni (intorno al 20%). Senza contare che la data del 2035 si riferisce alla vendita di nuove auto a combustione interna e non ovviamente al loro utilizzo fino a fine vita. Nel pacchetto presentato dalla Commissione il quadro formale non cambia: resta il target di riduzione del 100% delle emissioni di CO₂ per le nuove immatricolazioni nel 2035, ma nei fatti viene abbassato a circa il 90%. Ciò avviene attraverso tre leve: crediti gratuiti legati all’uso di e‑fuels e biocarburanti, crediti extra per chi usa acciaio “verde” europeo e “supercrediti” per le piccole auto elettriche prodotte in Europa. Combinando queste flessibilità, fino a circa il 23–25% delle nuove auto vendute nel 2035 potrebbe ancora essere costituito da ibride plug‑in con motore a combustione, che in condizioni reali emettono solo circa il 19% in meno delle auto a benzina o diesel.Nel complesso, il quadro che emerge è di una politica che si ferma a metà strada: da un lato investe nell’industria e tutela la produzione europea, dall’altro attenua la pressione regolatoria su CO₂, qualità dell’aria e sicurezza, rischiando di rallentare la transizione proprio mentre la concorrenza globale accelera.

Anche l’entrata in vigore dell’ETS2, il nuovo mercato del carbonio per edifici e trasporti, è stato recentemente rinviato al 2028, riducendo da una parte la capacità del Fondo Sociale per il Clima di sostenere le famiglie vulnerabili in una situazione nella quale non c’è alcuna vera strategia alternativa per affrontare la povertà energetica che quella di spingere su ristrutturazioni e decarbonizzazione; e dall’altra riducendo l’incentivo per consumatori e imprese a passare a forme di riscaldamento e raffreddamento meno “fossili”.  E nel frattempo la proposta di revisione del Regolamento dell’Ecodesign sugli apparecchi di riscaldamento degli ambienti, aperto il 25 di novembre alla consultazione pubblica, elimina la messa al bando delle caldaie a gas dal 2029 e fissa standard di efficienza di poco più ambiziosi di quelli attuali: ancora marce indietro che ritardano e ostacolano l’uscita ordinata dai combustibili e prodotti fossili.

Un altro duro colpo alla normativa europea, questa volta in materia di ambiente, è arrivata con l’Omnibus ambiente,  presentato dalla Commissione il 10 dicembre 2025: un pacchetto di semplificazione che interviene a cascata su molte norme ambientali europee, sempre in nome del taglio della burocrazia e secondo una logica che privilegia la decarbonizzazione su biodiversità e protezione della natura; secondo l’esecutivo europeo questa operazione: potrebbe valere un miliardo di euro, tutto a vantaggio delle imprese di alcuni settori industriali e agricoli, alla fine le vere destinatarie di tutte queste misure.  Ispirato dal Rapporto Draghi che effettivamente richiedeva la riapertura di alcune normative ambientali per accelerare procedure di permitting senza interessarsi delle conseguenze su inquinamento, ambiente, salute, questo pacchetto contiene sei proposte legislative che intervengono su normative già in vigore, proposte che dovranno essere esaminate, emendate, votate, approvate da PE e Consiglio: un processo lungo, dispendioso, che potrebbe ulteriormente indebolire misure a favore di cittadini, salute e ambiente, ancora una volta piegando le normali procedure legislative, con valutazioni d’impatto insufficienti e consultazioni limitate. La Commissione, dal canto suo, insiste sul previsto risparmio per le imprese e sul fatto che non si mettono in discussione gli obiettivi del Green Deal, ma si cerca di renderli più gestibili per amministrazioni spesso sotto-dotate di personale e per imprese chiamate a investimenti massicci.

Il pacchetto propone di modificare innanzitutto la direttiva sulle emissioni industriali e zootecniche (IED 2.0) e il regolamento sul portale delle emissioni, cancellando l’obbligo di cercare alternative più sicure alle sostanze pericolose e di spiegare come gli impianti intendano arrivare a produzioni climaticamente neutre e circolari, consentendo al tempo stesso ulteriori rinvii nell’applicazione delle migliori tecniche disponibili.  Esclude gli allevamenti avicoli biologici dal campo di applicazione, riduce la trasparenza su consumi di risorse per grandi allevamenti di polli e suini e apre a deroghe ai limiti emissivi per la combustione dell’idrogeno senza un’analisi preventiva adeguata.

Anche la direttiva quadro rifiuti è inserita nell’Omnibus; la cancellazione della banca dati SCIP sulle sostanze estremamente preoccupanti” (of high concern”) nei prodotti lascia, per ora, un vuoto sui tempi per l’introduzione di strumenti digitali alternativi, con effetti potenziali sulla capacità di tracciare le sostanze chimiche pericolose nei flussi di materiali. Sul fronte della responsabilità estesa del produttore, la sospensione dell’obbligo di nominare un rappresentante autorizzato in ogni Stato membro per batterie, imballaggi, RAEE, plastica monouso e altri flussi è presentata come alleggerimento per le imprese, ma potrebbe tradursi in un indebolimento delle garanzie sul rispetto degli obblighi ambientali e sulla qualità di riparabilità e durabilità, in particolare per i mezzi leggeri elettrici.

Il capitolo sulle valutazioni di impatto ambientale e sulle autorizzazioni per infrastrutture energetiche, reti, stoccaggi e progetti rinnovabili è forse il più delicato. Le procedure accelerate, il ricorso esteso a sportelli unici e controlli ridotti possono effettivamente sbloccare investimenti bloccati da anni, soprattutto nel campo delle rinnovabili. Ma il rischio è che l’eccezione diventi regola, che nelle corsie preferenziali finiscano anche infrastrutture fossili e che nuovi impatti si concentrino su aree già sensibili – dai siti Natura 2000 ai grandi corridoi fluviali. L’uso ricorrente della nozione di “interesse superiore” per giustificare deroghe generalizzate viene visto come un possibile varco verso un indebolimento strutturale delle salvaguardie ambientali e sanitarie: in Italia abbiamo avuto esattamente questa esperienza con l’inserimento di opere controverse come la TAV in Valsusa fra le opere “strategiche”.

Sul fronte prodotti, il pacchetto tocca anche il regolamento batterie e altre norme sulla responsabilità estesa del produttore, sospendendo l’obbligo per chi non è stabilito in uno Stato membro di nominare un rappresentante autorizzato: l’obiettivo è semplificare, ma è chiaro che così diventa più difficile far rispettare gli obblighi ambientali e si indeboliscono le garanzie su riparabilità e durabilità dei mezzi leggeri elettrici.

La Commissione ha anche annunciato, oltre alla presentazione delle proposte legislative appena descritte, anche delle “verifiche imminenti per la direttiva quadro sull’acqua, direttiva nitrati, sull’uso del letame e dei digestati, così come uno “stress test” per direttive Uccelli e Habitat nel 2026, per capire se anche queste fondamentali normative dovranno essere “ritoccate”: vengono presentate come parte di un continuum di monitoraggio e aggiornamento, non come un arretramento. Ma già si può vedere che il combinato disposto di queste revisioni e delle semplificazioni dell’omnibus mantiene in teoria gli obiettivi del Green Deal e del principio di precauzione, ma introduce in realtà una logica di deroga permanente, in cui la promessa di più investimenti verdi o semi-verdi giustifica un abbassamento di salvaguardie e limiti ambientali.

E infine, la Commissione ha presentato il 16 dicembre anche il pacchetto omnibus su alimenti e mangimi, che propone modifiche mirate a un'ampia gamma di normative UE, tra cui i regolamenti sui pesticidi, gli additivi per mangimi, gli organismi geneticamente modificati (OGM), l'igiene alimentare, i biocidi, il benessere degli animali al momento della macellazione, i livelli massimi di residui di pesticidi e i controlli ufficiali alle frontiere. Sebbene presentata come una “semplificazione” volta a facilitare l'accesso al mercato di biopesticidi più sicuri, l'elemento più significativo e profondamente preoccupante è la proposta di passare ad approvazioni e autorizzazioni illimitate, con eccezioni strettamente definite. Inoltre, la proposta elimina l'obbligo per gli Stati membri di tenere conto delle più recenti prove scientifiche indipendenti al momento di autorizzare prodotti fitosanitari a livello nazionale. Queste modifiche proposte ancora una volta senza valutazione d'impatto sono del tutto sproporzionate rispetto all'obiettivo dichiarato dell'esercizio omnibus, che è quello di “semplificare la legislazione esistente”.

Un aspetto che vorrei ancora una volta sottolineare è che cittadini/e europei non pare proprio chiedano un arretramento sull’azione climatica. I sondaggi mostrano che l’81% dei cittadini sostiene la neutralità climatica, l’84% considera il clima una priorità anche dal punto di vista della salute e il 90% chiede più investimenti per l’adattamento.  Insomma, l’Europa non è di fronte a un lusso ideologico chiamato Green Deal, ma ha più che mai l‘obbligo di rimettere al centro la priorità di proteggere vite, posti di lavoro, biodiversità ma anche democrazia in un continente già colpito da fenomeni climatici estremi; e cio’ non contro gli attori economici e le imprese, ma senza dare ad alcune di queste un ruolo di stakeholder assolutamente prioritario nella decisione delle priorità della UE.

La domanda fondamentale non è se possiamo permetterci la trasformazione energetica ed ecologica avviata dal Green Deal, ma se possiamo permetterci di fare marcia indietro a metà strada. Tutti i dati —economici, scientifici, sociali e politici— puntano nella stessa direzione: arretrare ora è una incomprensibile perdita di tempo e risorse. È un processo profondamente irrazionale dai vantaggi non provati. Realizzare il Green Deal e renderlo socialmente giusto non è solo una sfida ambientale: è la condizione perché l’Europa resti un luogo vivibile, prospero e democratico.

Monica Frassoni

Bruxelles, 17 dicembre 2025

 

[1] https://www.ombudsman.europa.eu/en/press-release/en/215989

[2] https://www.somo.nl/the-secretive-cabal-of-us-polluters-that-is-rewriting-the-eus-human-rights-and-climate-law/

 

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