TORINO: LA VIOLENZA E IL RESTO

Articles 03 Feb 2026

 Questo articolo é stato pubblicato: https://www.strisciarossa.it/non-si-possono-mettere-sullo-stesso-piano-violenza-e-dissenso/

Dopo i fatti di Torino e il grave assalto a un poliziotto con martelletto e bastoni, la risposta del Governo è arrivata rapida e senza sorprese: più repressione, nuovi reati, ampliamento dei poteri di polizia. Ma ciò che colpisce più delle misure annunciate è la costruzione di una narrazione politica che assimila senza più esitazioni la violenza criminale di pochi alla protesta pacifica di molti, trasformando sempre più apertamente il dissenso in un problema di ordine pubblico e spingendosi fino ad accusare genericamente la “sinistra” di connivenza con i violenti. Una narrazione culminata nella strumentalizzazione scandalosa dell’immagine dell’aggressione al poliziotto, accompagnata dalla scritta “questi voteranno NO al referendum sulla giustizia”, che segna un salto di qualità nella propaganda e nella delegittimazione politica.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha sostenuto che i manifestanti “pacifici” avrebbero appoggiato e coperto i devastatori. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha rincarato la dose, affermando che i violenti “odiano la democrazia e l’Occidente” e accostandoli a chi si oppone alla Tav o al Ponte sullo Stretto, cosa che mi colpisce personalmente considerato le molte manifestazioni esattamente su questi due temi alle quali ho partecipato. Ed é un salto logico e politico che ignora consapevolmente quanto emerge da anni di studi, analisi e osservazioni sul campo, non ultima quella del Sindaco di Torino Lo Russo: i gruppi che praticano la violenza distruttiva ai margini delle manifestazioni, nella stragrande maggioranza dei casi, non rappresentano i movimenti, non ne condividono piattaforme, obiettivi o pratiche e non hanno alcuna motivazione politica strutturata, ma agiscono mossi da rabbia, nichilismo o pulsioni criminali.

A Torino, decine di migliaia di persone sono scese in piazza non per difendere gruppi violenti, né per “coprire” estremisti raccolti attorno al centro sociale Askatasuna, ma per rivendicare la necessità di spazi di azione e di aggregazione sociale e per rifiutare un metodo repressivo che ha interrotto un dialogo difficile, ma reale, che era in corso con l’amministrazione comunale. Questo nodo politico, come accade sempre più spesso, è scomparso completamente dal dibattito pubblico. I violenti hanno occupato tutta la scena e la loro azione minoritaria e demenziale ha finito per avvantaggiare enormemente la narrazione governativa e la sua accelerazione repressiva. Insomma, le violenze di Torino forniscono un assist perfetto al Governo, che può procedere lungo una traiettoria già tracciata: repressione più dura, minore tolleranza per il dissenso, scudo penale per le forze dell’ordine. Con un paradosso solo apparente: meno diritti producono meno sicurezza, non il contrario. Se le manifestazioni No Tav, quelle contro il genocidio a Gaza, contro l’inazione climatica del Governo o persino contro il Ponte sullo Stretto vengono presentate come potenzialmente eversive, allora la priorità non è più prevenire la violenza di pochi, ma disincentivare la partecipazione democratica di molti.

A Torino, il contesto operativo è stato peraltro accuratamente rimosso dal racconto ufficiale. Come documentato da numerose testimonianze e cronache giornalistiche, la manifestazione si è svolta in un quadro di forte presenza della Polizia, con schieramenti ravvicinati e sbarramenti che hanno ridotto gli spazi di movimento. Quando sono iniziati gli scontri provocati da gruppi ristretti, la risposta delle forze dell’ordine è stata rapida ma generalizzata, con cariche e un uso esteso di lacrimogeni che hanno reso difficile distinguere e isolare chi cercava lo scontro dal resto dei manifestanti.  

È in questo contesto che diventa centrale la domanda politica e operativa: perché non si è agito per isolare i violenti?
Le pratiche di gestione democratica dell’ordine pubblico, sperimentate e raccomandate anche a livello europeo, indicano chiaramente che la prevenzione degli scontri passa attraverso interventi mirati, conoscenza del territorio, capacità di lettura della piazza e separazione fisica tra manifestanti pacifici e gruppi intenzionati alla violenza. A Torino, invece, la gestione dell’ordine pubblico non ha consentito un efficace isolamento dei gruppi violenti, mentre la risposta generalizzata ha coinvolto anche manifestanti pacifici. 

A rendere ancora più evidente questa criticità è una dichiarazione riportata da Il Messaggero del capo squadra del reparto del poliziotto rimasto ferito, il quale ha ammesso che gli agenti impiegati non conoscevano la città di Torino. Non si tratta di un’accusa rivolta a chi opera in condizioni difficili, ma di un dato che chiama in causa precise responsabilità politiche e organizzative: senza conoscenza del territorio, delle vie di fuga, dei punti di snodo e delle dinamiche locali delle manifestazioni, la gestione dell’ordine pubblico tende inevitabilmente a irrigidirsi, privilegiando strumenti grossolani come cariche e lacrimogeni a scapito di interventi mirati.

A questo si aggiunge un altro dato rimosso dal racconto governativo: i feriti tra i manifestanti. Secondo quanto riportato da il manifesto, decine di persone hanno fatto ricorso al pronto soccorso per ferite riconducibili alle manganellate della polizia, mentre altre hanno scelto di non rivolgersi alle strutture sanitarie. Video e testimonianze documentano interventi sproporzionati e inseguimenti che nulla avevano a che fare con l’individuazione selettiva dei responsabili delle violenze. Questi fatti non giustificano né attenuano l’aggressione al poliziotto, che resta un crimine grave, ma dimostrano perché l’amalgama è pericolosa: quando si mette tutto sullo stesso piano, si finisce per colpire indiscriminatamente e per legittimare l’idea che, in nome della sicurezza, la polizia possa fare qualsiasi cosa: questa é un’idea incompatibile con uno Stato di diritto, come moltissimi leali servitori e servitrici delle forze dell’ordine sanno benissimo.

Come ha ricordato in un’intervista a la Repubblica Franco Gabrielli, ex capo della Polizia, la gestione dell’ordine pubblico non è il bar sport: non si improvvisa, non si governa con slogan o scorciatoie repressive, e soprattutto non funziona quando si rinuncia alla competenza, alla prevenzione e alla proporzionalità. Risposte muscolari e indistinte producono più tensione, non più sicurezza.

Isolare i violenti, garantire il diritto di manifestare anche con il dialogo preventivo con gli organizzatori/trici, pretendere competenza nella gestione dell’ordine pubblico, rifiutare l’amalgama tra dissenso e violenza: questa è la strada per aumentare davvero la sicurezza e difendere la democrazia.
Tutto il resto è propaganda.

 

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